Per sei mesi, ogni giorno alle due, la nostra cagnolina entrava nella stanza di papà. Il giorno dopo il funerale prese il guinzaglio e aspettò ancora.
Alle 13:59 Lady era davanti alla porta di casa.
Aveva il guinzaglio stretto tra i denti, le orecchie dritte e quella coda con la punta bianca che oscillava piano, come quando aveva paura di essere lasciata indietro.
Mio padre era morto da meno di ventiquattr’ore.
E nessuno di noi sapeva come spiegare a un cane che, quella volta, alle due non c’era più nessuno da andare a trovare.
Mia sorella Chiara la vide per prima.
Si portò una mano alla bocca e girò la testa verso la cucina, dove zie, cugini e vicini stavano sistemando teglie di lasagne, caffettiere e piatti che nessuno aveva davvero voglia di mangiare.
«No, Lady…»
Lo disse sottovoce.
Lady inclinò la testa.
Poi appoggiò il guinzaglio a terra, lo riprese e si avvicinò di un passo.
Era pronta.
Come tutti i pomeriggi degli ultimi sei mesi.
Per lei le due significavano una cosa sola.
Papà.
Lady era arrivata nella nostra famiglia otto anni prima.
Era un incrocio tra un beagle e un pastore, marrone e miele, con una macchia bianca sul petto, le zampe un po’ storte e due orecchie morbide che sembravano sempre troppo grandi per la sua testa.
Non era bella nel modo perfetto delle fotografie.
Aveva un dente leggermente storto, una cicatrice vicino al muso e, quando correva, una zampa posteriore sembrava andare per conto proprio.
Papà diceva che proprio per questo era bellissima.
«Quelle perfette lasciale sulle copertine. Questa ha una faccia vera.»
Papà si chiamava Vittorio.
Aveva settantaquattro anni e viveva ancora nella casa dove io e Chiara eravamo cresciuti, in un paese dell’entroterra marchigiano, abbastanza piccolo perché al bar sapessero chi eri ancora prima che ordinassi.
Mamma era morta molti anni prima.
Dopo di lei la casa era diventata stranamente grande.
Le stanze erano le stesse, i mobili gli stessi, persino il centrino ricamato sopra il televisore era rimasto esattamente dove mamma lo aveva lasciato.
Ma mancava il rumore.
Mancavano le pentole battute sul lavello, le finestre aperte alle sette del mattino, le telefonate alle sorelle, quella voce che gridava dal balcone:
«Vittorio, vieni dentro che si fredda!»
Papà non era mai stato un uomo che parlava molto.
Dopo la morte di mamma parlò ancora meno.
Continuò a fare tutto come prima.
La spesa il martedì.
La partita a carte il giovedì.
La messa per mamma una volta al mese.
Il pranzo della domenica con noi, anche quando sosteneva di aver già mangiato e poi finiva per prendere due volte le tagliatelle.
Ma c’era una parte di lui che sembrava essersi spenta.
Un anno dopo, un amico lo convinse ad accompagnarlo al piccolo rifugio della zona.
«Vado solo a vedere», disse papà.
Quando lo raccontò a me, al telefono, capii immediatamente come sarebbe andata a finire.
«Papà, se entri in un rifugio dicendo che vai solo a vedere, torni con un cane.»
«Ma figurati.»
Tornò con Lady.
Aveva circa un anno ed era già stata riportata indietro da due famiglie.
Troppo vivace.
Troppo rumorosa.
Troppo testarda.
Tirava al guinzaglio, rubava il pane dalla tavola e, se sentiva l’odore di qualcosa di interessante, smetteva improvvisamente di riconoscere l’esistenza del resto del mondo.
Papà se ne innamorò in tre giorni.
Forse anche meno.
Lady dormiva ai piedi del suo letto.
Lo seguiva nell’orto.
Lo aspettava fuori dal bagno.
Quando papà usciva per andare a comprare il giornale, lei rimaneva seduta dietro il cancello e fissava la strada finché non lo vedeva tornare.
Dopo un mese non esisteva più Vittorio senza Lady.
In paese li conoscevano tutti.
«Ecco la fidanzata di Vittorio», diceva il fruttivendolo.
Papà faceva finta di offendersi.
«Questa almeno non mi contraddice.»
Lady abbaiava.
«Hai visto? Pure lei.»
Avevano costruito insieme una vita fatta di piccole abitudini.
E chi ha superato una certa età sa che certe abitudini non sono affatto piccole.
Sono chiodi che tengono insieme le giornate.
Alle sette passeggiata.
Alle sette e quaranta giornale.
Alle otto caffè.
Lady riceveva un pezzetto minuscolo di biscotto, anche se papà giurava davanti a noi che non le dava mai niente dal tavolo.
Alle undici lui andava nell’orto.
Lady scavava dove non doveva.
Dopo pranzo papà si addormentava sulla poltrona.
Lady si metteva ai suoi piedi.
Alle cinque passeggiata fino alla piazza.
Il giovedì arrivava Sergio, un vecchio collega di papà, e Lady cominciava ad aspettarlo vicino alla finestra almeno dieci minuti prima che suonasse.
Papà trovava questa cosa straordinaria.
«Questo cane sa leggere l’orologio.»
«Sente la macchina», gli dicevo.
«No. Sa l’ora.»
Una volta Chiara gli cambiò apposta l’orologio del salotto.
Papà rise.
«Puoi cambiare quello quanto vuoi. Lady mica è scema.»
Alle 16:55 Lady andò alla porta per la passeggiata delle cinque.
Papà ci guardò come uno che aveva appena vinto una causa importante.
«Avete visto?»
Ridevamo.
Allora.
Poi, circa un anno fa, papà si ammalò.
Non serve entrare nei dettagli.
Ci sono malattie che sembrano arrivare piano e poi, quando ti giri, hanno già occupato tutta la casa.
All’inizio erano controlli.
Poi esami.
Poi qualche giorno di ricovero.
Poi una dimissione.
Poi un’altra corsa.
Alla fine ci dissero che sarebbe rimasto in ospedale a lungo.
La sua vita, che per settant’anni aveva riempito strade, case, officine, orti e tavolate della domenica, si ridusse a una stanza con una finestra.
Un letto.
Una poltrona.
Un comodino.
La fotografia di mamma.
E il parcheggio dell’ospedale sotto.
La prima cosa di cui si preoccupò fu Lady.
«Mangia?»
«Mangia.»
«Sicuri?»
«Sì.»
«Dormirà?»
«Dorme.»
«Non lasciatela sola la sera.»
«Non la lasciamo sola.»
Ogni telefonata era così.
Noi gli raccontavamo esami, medici, medicine.
Lui chiedeva del cane.
E a casa Lady stava crollando.
I primi giorni aspettava davanti alla porta.
Poi smise quasi di mangiare.
Sentiva arrivare ogni automobile e correva al cancello.
Di notte si alzava, attraversava il corridoio ed entrava nella camera di papà.
Annusava il letto.
Poi tornava a sdraiarsi davanti all’ingresso.
Una sera Chiara mi chiamò.
«Non possiamo andare avanti così.»
Aveva la voce rotta.
Lady era dietro di lei, immobile, davanti alla porta.
Così facemmo una richiesta che pensavamo sarebbe stata rifiutata.
Domandammo se, almeno una volta, avremmo potuto portare Lady da papà.
Ci aspettavamo regolamenti, divieti, complicazioni.
Invece incontrammo Teresa.
Sessant’anni abbondanti, capelli corti, occhiali appesi a una catenina e più di trent’anni passati nei corridoi di quell’ospedale.
Ci ascoltò.
Poi guardò mio padre.
Papà cercò di mantenere un tono dignitoso.
«Non voglio creare problemi. È che…»
Non finì.
Teresa guardò la fotografia di Lady sul comodino.
«Vediamo cosa si può fare.»
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