Dopo sei ore di viaggio il mio vecchio cane disobbedì per la prima volta: attraversò l’autobus e scelse proprio la ragazza che nessuno aveva avuto il coraggio di aiutare
Dopo sei ore di viaggio, Fulmine si alzò dal suo tappetino accanto al mio sedile, mi guardò negli occhi e fece una cosa che non aveva mai fatto in nove anni.
Disobbedì.
«Fulmine, resta.»
Lo dissi piano, per non svegliare i passeggeri.
Lui rimase immobile un secondo.
Poi si voltò.
Scese i due gradini che separavano la mia postazione dal corridoio e cominciò a camminare verso il fondo dell’autobus.
Quaranta persone dormivano.
Lui non si fermò davanti a nessuna.
Arrivò fino al posto 31.
Lì sedeva una ragazza che non aveva pronunciato una sola parola da quando era salita.
Fulmine sollevò il muso, appoggiò la testa sulle sue ginocchia e chiuse gli occhi.
Il suono che uscì dalla bocca di quella ragazza fu il motivo per cui, pochi minuti dopo, fermai un pullman notturno pieno di passeggeri nel mezzo del nulla.
Mi chiamo Giuseppe Bellini.
Per tutti, però, sono sempre stato Beppe.
Ho guidato pullman interurbani per ventidue anni, soprattutto le tratte notturne che i colleghi più anziani cercavano di evitare.
Milano-Bari.
Torino-Lecce.
Bologna-Reggio Calabria.
Quelle corse infinite che ti mangiano la schiena, il sonno e, se non stai attento, anche un pezzo di vita.
A me piacevano.
Mi piaceva vedere l’Italia quando quasi tutti dormivano.
Le autostrade vuote.
I bar delle stazioni di servizio con tre camionisti davanti a un caffè bruciato.
Le famiglie che salutavano un figlio alle undici di sera come se partisse per l’America.
Le nonne con le borse piene di contenitori di parmigiana, polpette e focaccia «perché sul pullman non si sa mai».
Chi viaggia in aereo vede le città.
Chi attraversa l’Italia in pullman di notte vede le persone.
E io, dopo ventidue anni, pensavo di aver imparato a leggerle.
Mi sbagliavo.
Quello veramente bravo a leggere le persone era Fulmine.
Il nome era uno scherzo.
Fulmine era probabilmente il cane più lento della Pianura Padana.
Un meticcio massiccio, marrone e bianco, testa quadrata, zampe corte, petto largo e una macchia chiara che gli attraversava il muso.
Aveva due velocità.
Piano.
E fermo.
Lo avevo trovato nove anni prima davanti a un distributore sulla vecchia statale, vicino Modena.
Un uomo aveva una scatola di cartone con dentro cinque cuccioli.
Quattro saltavano, abbaiavano e cercavano mani.
Uno stava seduto in fondo.
Guardava.
Era Fulmine.
Io non cercavo un cane.
Anzi, se qualcuno mi avesse detto quella mattina che sarei tornato a casa con un cucciolo, gli avrei riso in faccia.
Mia moglie, Anna, era morta due anni prima.
Un tumore veloce.
Quelli che ti lasciano appena il tempo di capire cosa sta succedendo e poi ti ritrovi con un armadio pieno dei vestiti di una persona che non tornerà più.
Avevamo trentasei anni di matrimonio alle spalle.
Una figlia ormai grande.
Una casa improvvisamente troppo silenziosa.
Dopo Anna avevo cominciato a lavorare più del necessario.
Era più semplice guidare di notte che stare seduto da solo in cucina.
Il motore faceva rumore.
La casa no.
Quel cucciolo, dalla scatola, continuava a fissarmi.
«Quello non lo vuole nessuno», disse l’uomo.
«È il più piccolo.»
Mi chinai.
Lui non scodinzolò neppure.
Mi annusò un dito.
Poi appoggiò il mento sulla mia mano.
Dieci minuti dopo avevo un cane sul sedile accanto.
A volte le cose che ti cambiano la vita entrano senza bussare.
Fulmine crebbe sui miei turni.
Ufficialmente un cane non avrebbe dovuto viaggiare accanto all’autista in quel modo.
Nella pratica, per anni nessuno disse niente.
I passeggeri lo adoravano.
Salivano alle due di notte con gli occhi stanchi, le valigie pesanti e magari una giornata orrenda sulle spalle.
Poi vedevano quel bestione seduto composto vicino alla cabina di guida e qualcosa si scioglieva.
«Ma è vostro?»
«Si può accarezzare?»
«Come si chiama?»
Quando rispondevo «Fulmine», qualcuno rideva sempre.
Lui sembrava offendersi.
È stato il miglior collega che abbia mai avuto.
Non si lamentava.
Non chiedeva ferie.
Non raccontava i fatti miei al deposito.
Guardava la strada.
Guardava le persone.
Dormiva.
Ma c’era una cosa che faceva ogni tanto.
Una cosa a cui, per anni, non avevo dato abbastanza importanza.
Cinque o sei volte all’anno, magari meno, Fulmine si alzava da solo durante una corsa.
Guardava il corridoio.
E partiva.
Sapeva che non doveva farlo.
Glielo avevo insegnato.
Il suo posto era davanti.
Eppure, in certe notti, sembrava dimenticarsene.
Camminava fra i sedili e raggiungeva una persona precisa.
Una.
Mai a caso.
A volte era una donna che aveva pianto per due ore guardando il vetro.
Una volta fu un uomo anziano con un piccolo mazzo di fiori avvolto nella carta e una fotografia in tasca.
Un’altra volta si sedette accanto a un ragazzo appena uscito da una comunità, così mi raccontò più tardi.
Ci fu una madre con due bambini addormentati addosso e una stanchezza negli occhi che sembrava vecchia di vent’anni.
Fulmine trovava quella persona.
Si appoggiava alla sua gamba.
Metteva la testa sul ginocchio.
Restava lì.
Io pensavo fosse semplicemente un cane affettuoso.
«Torna qui, ruffiano.»
Lo richiamavo.
Qualcuno sorrideva.
Fine della storia.
Non avevo capito niente.
Era una sera di ottobre.
La corsa partiva da Milano poco prima delle dieci e sarebbe arrivata a Bari la mattina successiva.
Lei salì fra gli ultimi passeggeri.
Diciassette anni, avrei detto.
Forse diciotto.
Dopo ventidue anni alla guida impari a indovinare certe cose.
Aveva un solo zaino.
Niente valigia.
Niente borsa grande.
Niente giacca pesante nonostante dovesse attraversare mezza Italia.
Anche questo, dopo tanti anni, impari a notarlo.
Chi parte per costruirsi una vita porta valigie.
Chi scappa da una vita, spesso, porta quello che riesce a infilare in uno zaino.
Ma soprattutto notai il suo viso.
Tenendosi girata cercava di nascondere la parte sinistra.
Lo zigomo era gonfio.
L’occhio arrossato.
Non era il gonfiore di una notte passata a piangere.
Aveva pianto, certo.
Lo si vedeva.
Ma c’era dell’altro.
Pagò il biglietto con banconote stropicciate.
«Buonasera», dissi.
Nessuna risposta.
Le porsi il biglietto.
Lei lo prese senza guardarmi.
Posto 31, lato finestrino.
La vidi camminare fino in fondo.
Una ragazza magrissima, chiusa dentro una felpa troppo grande, con lo zaino stretto al petto come uno scudo.
Mi venne quella sensazione.
Quella che ogni padre conosce.
Quella voce nello stomaco che dice: qui c’è qualcosa che non va.
Ho una figlia.
Quando accadde questa storia era già adulta, sposata, con la sua vita.
Ma una figlia resta tua figlia anche quando compie cinquant’anni.
E certe facce giovani ti fanno pensare inevitabilmente alla sua.
Feci quello che avevo imparato a fare in ventidue anni.
Non chiesi.
Chi guida un autobus vede persone nei giorni peggiori della loro vita.
Funerali.
Separazioni.
Licenziamenti.
Figli che lasciano casa.
Padri che vanno a chiedere scusa.
Donne che non vogliono essere trovate.
Non puoi interrogare tutti.
Esiste anche una dignità nel poter sedersi su un pullman e non dover raccontare a uno sconosciuto perché stai andando via.
Così partii.
Ma continuai a guardarla nello specchio.
Non dormì.
Alla prima sosta quasi tutti scesero.
Caffè.
Bagno.
Sigaretta.
Panini incartati nella stagnola.
Lei rimase seduta.
Non mangiò.
Non bevve.
Non telefonò a nessuno.
Guardava il finestrino anche quando fuori non c’era niente da guardare.
Quella ragazza cercava di diventare piccola.
Piccola abbastanza da sparire.
Fulmine trascorse le prime ore vicino a me.
Dormiva.
Ogni tanto apriva un occhio.
Poi, nel cuore della notte, accadde.
Eravamo ormai lontani da Milano.
L’autostrada era una striscia nera davanti ai fari.
Sul pullman regnava quel silenzio strano delle tre di mattina, interrotto soltanto dal motore e da qualche russare.
Fulmine alzò la testa.
Si mise in piedi.
Guardò dietro.
Conoscevo quello sguardo.
«No.»
Si voltò verso di me.
«Fulmine, resta.»
Per nove anni, quella parola aveva significato una cosa sola.
Resta.
Lui mi fissò.
E partì.
Ricordo ancora il ticchettio delle unghie sul pavimento.
Un passo.
Poi un altro.
Passò davanti al posto 8.
Al 14.
Al 20.
Persone addormentate, cuffiette nelle orecchie, teste appoggiate al vetro.
Non degnò nessuno di uno sguardo.
Io continuavo a osservarlo nello specchio.
Quando arrivò al 31, si fermò.
La ragazza non reagì.
Fulmine si sedette accanto a lei.
Poi appoggiò lentamente la testa sulle sue ginocchia.
Per qualche secondo non successe niente.
La ragazza guardò in basso.
Vide quel testone marrone e bianco.
Vide due occhi che non chiedevano spiegazioni.
Non le domandavano dove stesse andando.
Non volevano sapere chi l’avesse ferita.
Non pretendevano che fosse forte.
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