Solo la testa e le larghe spalle bagnate del San Bernardo restavano fuori dall’acqua marrone quando provai a trascinarla via dal tombino.
Lei si oppose con tutta la forza che aveva.
Poi appoggiò l’orecchio sul ferro.
Dal sottosuolo arrivarono tre lamenti sottili.
La signora riparata sotto la tenda della farmacia era convinta che stessimo cercando di salvare un cane.
Lo pensavano anche i due agenti che avevano bloccato il traffico.
Perfino i miei colleghi credevano che quella grossa femmina, fradicia e coperta di fango, fosse semplicemente terrorizzata dal temporale.
Lei, invece, sapeva qualcosa che noi non sapevamo.
Era ferma nel punto più basso di un incrocio alla periferia di Bologna, sopra una condotta che in quel momento stava inghiottendo migliaia di litri d’acqua.
Il pelo le aderiva al corpo.
Le zampe erano nere di fango.
Dal collo pendeva un pezzo di fettuccia arancione strappata.
La punta dell’orecchio sinistro era piegata all’indietro.
Niente medaglietta.
Nessun proprietario.
Nessuna casa abbastanza vicina da far pensare che fosse scappata da un giardino.
Quando arrivammo con il mezzo del servizio manutenzione alle 16:17, lei non ci degnò neppure di uno sguardo.
Continuava a fissare la fessura del tombino.
Spingeva il naso contro il ferro finché la pelle sopra le narici si arrossò.
Mi chiamo Daniele Ferri.
All’epoca avevo cinquantadue anni e lavoravo da ventitré nella manutenzione delle acque meteoriche.
Dai tombini avevo tirato fuori di tutto: biciclette, pneumatici, materassi, carrelli della spesa, un motorino rubato e perfino la metà di un tavolo da cucina.
Ma non avevo mai visto un animale comportarsi così.
Dovevamo spostarla prima di aprire il tombino.
Luigi provò con un pezzo di mortadella preso dal suo panino.
Lei non lo annusò nemmeno.
Io tentai con un laccio.
Lo schiacciò sotto il petto.
Elena, l’operatrice del servizio animali, si avvicinò lentamente.
«Dai, bella. Facci lavorare.»
La cagna la guardò.
Poi sollevò una zampa.
BANG.
BANG.
BANG.
Tre colpi sul tombino.
Non frenetici.
Tre colpi distinti.
Elena si immobilizzò.
«Avete visto?»
Uno degli agenti fece spallucce.
«È solo agitata.»
La cagna lo fece ancora.
Tre colpi.
Poi appoggiò di nuovo l’orecchio.
Elena si tolse un guanto e mise due dita sul metallo.
Per alcuni secondi nessuno parlò.
La pioggia tamburellava sui caschi.
L’acqua correva lungo il marciapiede.
Il semaforo cambiava colore davanti a una strada ormai vuota.
All’improvviso Elena ritrasse la mano.
«Qualcosa ha colpito da sotto.»
Il San Bernardo abbaiò una sola volta.
Quel suono conteneva più urgenza di tutto il temporale.
Luigi spense il motore.
L’incrocio diventò quasi irreale.
Poi lo sentimmo.
Un gemito.
Debole.
Un secondo.
E infine un terzo, più lontano.
Come se qualcosa stesse già scivolando nella condotta.
La cagna si alzò.
Attraversò l’acqua fino a una griglia rettangolare vicino al marciapiede.
Grattò il cemento due volte.
Poi tornò al tombino.
Si sdraiò sopra.
Controllava due punti diversi.
Avrei dovuto capire subito che non era un comportamento casuale.
Invece pensai alla spiegazione più semplice.
Cuccioli.
I suoi cuccioli.
Una madre li aveva nascosti in un tratto asciutto della rete di scarico, poi il temporale aveva riempito tutto e lei non riusciva più a raggiungerli.
Sembrava logico.
Ma due cose non tornavano.
Il suo corpo non mostrava segni di allattamento.
E quando Giada, una vigile del fuoco arrivata con la squadra di supporto, fece due fischi secchi per richiamare un collega, accadde qualcosa che ci lasciò muti.
Il San Bernardo si alzò.
Si spostò di circa un metro.
Si sedette.
Aspettò.
Nessuno le aveva dato un comando.
Eppure aveva liberato il tombino come se conoscesse perfettamente quella procedura.
Sollevammo il coperchio.
L’acqua marrone precipitò nell’apertura.
La cagna fece uno scatto.
Pensai che volesse buttarsi dentro.
Invece corse lungo la strada.
Superò un tombino.
Poi un altro.
Sul terzo si gettò a terra.
Giada puntò una torcia nella fessura.
Per un istante apparve un piccolo muso nero.
Poi l’acqua lo coprì.
La cagna colpì il ferro una volta.
Ci guardò.
Aprire quel tombino salvò due cuccioli.
Il terzo era già stato trascinato oltre.
E fu allora che il San Bernardo fece la cosa che nessuno di noi riuscì a spiegare.
Non impazzì.
Non cominciò ad abbaiare.
Non corse a caso.
Girò verso un vicolo, attraversò trenta metri d’acqua e si fermò sopra una griglia che, secondo le nostre mappe, non era nemmeno collegata a quella condotta.
Come poteva un cane randagio conoscere il percorso sotterraneo meglio degli uomini che lavoravano lì da vent’anni?
La risposta era nascosta sotto una vecchia cicatrice sulla sua spalla.
E avrebbe riportato a galla una storia che sembrava sepolta per sempre.
Giada scese tre gradini nel pozzetto, assicurata a una fune.
Non poteva entrare nella tubazione.
Era troppo stretta e l’acqua saliva troppo velocemente.
La sua torcia illuminò piccoli graffi sul cemento.
Poco più in basso galleggiava un pezzo di stoffa azzurra.
Elena infilò una rete.
La corrente gliela strappò quasi dalle mani.
Il San Bernardo abbaiò verso il tombino successivo.
Una volta.
Aspettò.
Poi di nuovo.
Luigi mi fissò.
«Daniele… ci sta dicendo dove sono.»
Non risposi.
Perché cominciavo a crederlo anch’io.
Ci spostammo più in basso.
La cagna camminava accanto a noi.
Ogni tanto accelerava.
Poi si fermava sopra una griglia e appoggiava l’orecchio.
Ne ignorò due senza esitazione.
Alla terza si sedette.
L’acqua le arrivava al petto.
Lei restava immobile.
Zampe dritte.
Testa rivolta verso il ferro.
Niente panico.
Niente movimenti inutili.
Elena le toccò la spalla.
Sotto il pelo bagnato sentì una cicatrice lunga quasi dieci centimetri.
La cagna ebbe un piccolo sussulto.
Poi tornò a fissare il tombino.
In quel momento non avevamo il tempo di farci domande.
Giada calò una telecamera.
Sul monitor comparve soltanto acqua torbida.
Poi qualcosa si mosse.
Un cucciolo nero, forse di sei settimane, aveva incastrato le zampe anteriori intorno a una staffa metallica.
Dietro di lui ce n’era un altro, marrone, schiacciato contro il suo corpo.
Avevano soltanto il naso fuori dall’acqua.
Del terzo nessuna traccia.
Chiudemmo una paratia provvisoria più a valle.
Avremmo avuto forse sette minuti.
Giada tornò giù con un’asta ad anello.
Il San Bernardo la osservava.
Quando un tubo dell’attrezzatura rotolò verso l’apertura, lei ci mise una zampa sopra e lo fermò.
Luigi rise per il nervosismo.
«Questa ne sa più di noi.»
Il cane non lo guardò neppure.
Il primo cucciolo perse la presa.
Dal petto del San Bernardo uscì un brontolio bassissimo.
Giada lo bloccò contro la parete.
Afferrò il secondo.
«Tiratemi su!»
Li sollevammo insieme.
Il cucciolo nero tossì acqua sulla giacca di Giada.
Quello marrone non si muoveva.
Elena iniziò immediatamente le compressioni con due dita.
Il San Bernardo si fece spazio.
Abbassò il naso sul piccolo.
Gli soffiò sul muso.
Poi arretrò.
Cinque compressioni.
Un respiro.
Altre cinque.
Il corpo del cucciolo ebbe uno scatto.
Dalla bocca uscì acqua.
Il San Bernardo chiuse gli occhi per appena un secondo.
Poi si voltò.
E tornò verso il vicolo.
Non avevamo più sentito il terzo cucciolo.
Lei, però, non aveva smesso di cercare.
Il vicolo dietro un vecchio laboratorio era diventato un torrente.
Secondo la nostra mappa, quella griglia scaricava in un’altra direzione.
La mappa era sbagliata.
Una modifica eseguita alla fine degli anni Ottanta non era mai stata riportata correttamente nei documenti più recenti.
Il cane non poteva saperlo.
Lei seguiva qualcos’altro.
Un odore.
Una vibrazione.
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