La cagna sotto il ghiaccio continuava a graffiare tre volte, poi due: quando capii cosa stava indicando, smisi di sentire il freddo
Quando vidi quella zampa nera spuntare da una crepa nel ghiaccio, pensai che il cane stesse semplicemente cercando di salvarsi.
Mi sbagliavo.
Stava cercando di farmi capire dove dovevo guardare.
E sotto di lei c’erano due vite molto più piccole della sua.
Avevo sessantun anni quella mattina e lavoravo da una vita nelle squadre provinciali di soccorso, prima come volontario, poi come sommozzatore specializzato negli interventi in acqua fredda.
Credevo di aver visto abbastanza.
Il ghiaccio, però, riesce ancora a insegnarti l’umiltà.
Erano poco più delle sei del mattino. Sul piccolo lago di San Rocco, tra le montagne trentine, il termometro segnava undici gradi sotto zero.
Il vento trascinava neve asciutta sulla superficie, cancellando le impronte quasi appena si formavano.
Stavo controllando il sentiero con Chiara, la mia collega, quando sentii un rumore.
Tre graffi.
Silenzio.
Due graffi.
Mi fermai.
«Hai sentito?»
Chiara spense il motore del fuoristrada.
Niente.
Poi di nuovo.
Tre.
Pausa.
Due.
Non sembrava il rumore casuale di un ramo.
Veniva dal lago.
Ci avvicinammo.
Non c’era nessuno sulla riva.
Nessuna slitta.
Nessun pescatore.
Nessun bambino.
Solo una distesa bianca e una piccola crepa scura una trentina di metri più avanti.
Poi uscì una zampa.
Nera e marrone.
Le unghie si aggrapparono al bordo.
Scivolarono.
La zampa sparì.
Chiara mi guardò.
«Marco…»
Avevo già preso la corda.
Lei la fissò al punto d’ancoraggio mentre io mi sdraiavo sul ghiaccio per distribuire il peso.
Avevo due punteruoli, un’imbracatura di salvataggio, un piccolo slittino gonfiabile e il coltello di sicurezza legato all’avambraccio.
Avanzai lentamente.
La zampa comparve di nuovo.
Tre graffi.
Pausa.
Due.
«Vedi qualcuno?» gridò Chiara.
«No.»
«Il cane?»
«Solo una parte.»
A pochi metri dalla crepa, il ghiaccio diventava trasparente.
Accesi la torcia.
E la vidi.
Un pastore tedesco adulto era intrappolato sotto la lastra.
Il pelo galleggiava nell’acqua come erba scura.
Il muso era premuto contro il ghiaccio.
Una zampa anteriore riusciva a passare attraverso la crepa.
L’altra restava sotto.
Ma fu la zampa posteriore a farmi capire che qualcosa non tornava.
Era tirata verso il fondo.
Come se qualcuno la trattenesse.
Allargai la crepa con il manico del punteruolo.
Quando riuscii a sollevarle il muso fuori dall’acqua, la cagna inspirò con una violenza disperata.
Acqua e schiuma mi finirono sulla giacca.
Mi guardò negli occhi.
Poi fece una cosa che non dimenticherò mai.
Invece di guardare verso la riva, guardò sotto di sé.
Passai l’anello di salvataggio sotto il petto e tirai.
La parte anteriore del corpo uscì.
Poi qualcosa la bloccò.
La cagna guaì.
Infilai una mano nell’acqua.
Trovai una corda verde stretta sopra la zampa posteriore.
Una corda annodata.
Non aggrovigliata.
Annodata.
«Chiara!»
«Dimmi.»
«Questa non è caduta nel lago.»
«Cosa?»
«Qualcuno l’ha legata.»
La radio gracchiò.
Non ebbi il tempo di dire altro.
La cagna sollevò la zampa libera e colpì il ghiaccio alla mia destra.
Una volta.
Due.
Tre.
Si fermò.
Poi altre due.
Non stava cercando di uscire.
Stava indicando un punto.
Puntai la torcia sotto il ghiaccio.
All’inizio vidi solo acqua scura.
Poi comparve un bordo metallico.
Un altro.
Un rettangolo.
Una gabbia.
Appesa alla stessa corda.
Sentii lo stomaco chiudersi.
Dentro qualcosa si mosse.
Una piccola zampa chiara passò tra le sbarre.
Poi scomparve.
Tagliai la corda dalla gamba della cagna.
«Tirala fuori!» urlai.
Chiara cominciò a trascinarla verso lo slittino.
Ma la cagna si voltò.
Mi prese delicatamente la manica con i denti.
Non morse.
Tirò.
Verso la gabbia.
Poi lasciò la presa.
Tre graffi.
Pausa.
Due.
Avevo soccorso cani terrorizzati che mordevano chi cercava di aiutarli.
Ne avevo visti altri, feriti, strisciare verso la riva appena intravedevano una possibilità.
Quella cagna rifiutava la salvezza.
Perché sotto di lei c’era ancora qualcuno.
La squadra di rinforzo arrivò pochi minuti dopo.
Portarono una sega da ghiaccio, coperte termiche e altra attrezzatura.
Il responsabile, Paolo, mi guardò le mani.
«Tu esci.»
«Prima tiriamo su quella gabbia.»
«Hai le labbra viola.»
«Dentro ci sono cuccioli.»
Si girò immediatamente.
«Quanti?»
«Almeno due.»
Allargammo l’apertura.
La cagna era sdraiata sullo slittino avvolta nelle coperte.
Tremava così forte che le zampe battevano sul materiale rigido.
Eppure continuava a fissare il buco.
Sotto il ghiaccio qualcosa urtò il metallo.
Clang.
Le sue orecchie si sollevarono.
La cagna strisciò in avanti.
Tre graffi.
Pausa.
Due.
Paolo la osservò.
«Perché fa sempre così?»
Scossi la testa.
«Non lo so.»
Ma quella risposta non mi convinceva.
Avevo lavorato con unità cinofile da ricerca.
Conoscevo certi comportamenti.
Quelli non erano movimenti casuali.
Sembravano un’indicazione.
Un segnale imparato.
Entrai in acqua.
Il freddo non arriva tutto insieme.
Prima stringe il petto.
Poi brucia sotto le ascelle.
Infine smette quasi di far male, ed è proprio allora che devi preoccuparti.
Seguii la corda.
A poco più di un metro trovai la gabbia.
Era inclinata.
Sotto era stato fissato un grosso blocco di cemento.
Lo avevano legato per farla affondare.
La porta della gabbia era chiusa con fascette di plastica.
La torcia illuminò un piccolo muso color crema.
Dietro ce n’era un altro, quasi nero.
Risalìi.
«Due.»
Paolo si chinò.
«Vivi?»
«Uno si è mosso.»
La cagna sentì le nostre voci.
Provò ad alzarsi.
Le zampe posteriori cedettero.
Lei si rialzò.
Chiara le mise una mano sul petto.
«Piano, mamma.»
La cagna la guardò.
Fu la prima volta che pensammo tutti la stessa cosa.
Quei cuccioli erano suoi.
Provammo a sollevare la gabbia dalla corda.
Non funzionò.
Il blocco si era conficcato nel fondo morbido e la gabbia ruotava.
Se avessimo tirato con troppa forza, la porta sarebbe finita contro il fondale.
Un altro sommozzatore, Stefano, entrò con una grossa pinza.
Tagliò uno dei fili che tenevano il cemento.
Poi il secondo.
L’acqua diventò marrone per il fango sollevato.
La visibilità sparì.
Stefano risalì ansimando.
«Due ancora.»
Paolo si rivolse a me.
«Fuori.»
Aveva ragione.
Non riuscivo più a stringere bene le dita.
Cominciai a spostarmi.
Poi sentimmo un piccolo colpo.
Non sopra.
Sotto.
Metallo contro qualcosa di vivo.
La cagna alzò la testa.
Mi appoggiò una zampa sull’avambraccio.
Premette.
Come se sapesse che quando io entravo in quell’acqua le mie mani arrivavano più vicino ai suoi piccoli.
Guardai Paolo.
«Un’altra discesa.»
«No.»
«Stefano taglia. Io tengo ferma la gabbia.»
«Marco, hai sessantun anni, non venticinque.»
Quella frase mi colpì più del freddo.
Perché era la frase che mia figlia mi ripeteva da tempo.
Hai sessantun anni.
Non devi più dimostrare niente.
Ma non si trattava di dimostrare qualcosa.
Sotto di noi c’erano due cuccioli.
E accanto a me una madre aveva combattuto contro il ghiaccio invece di abbandonarli.
Paolo capì.
«Novanta secondi.»
Scendemmo.
Stefano seguì il filo.
Io afferrai la parte alta della gabbia.
Attraverso le sbarre, il corpo di uno dei cuccioli toccò il mio polso.
Non si mosse.
Stefano tagliò il terzo filo.
La gabbia si sollevò leggermente.
L’ultimo era incastrato sotto il blocco.
Presi il coltello.
Segai il filo.
Una volta.
Due.
La lama scivolava.
Il respiro si accorciava.
Pensai alla cucina di casa mia.
Al tavolo dove da tre anni mangiavo quasi sempre da solo.
A mia figlia trasferita a Bologna.
A mio figlio che viveva all’estero e telefonava la domenica sera.
Pensai a mia madre, che a ottantadue anni mi diceva ancora: «Marco, copriti bene.»
Una parte assurda della mente lavora così nei momenti peggiori.
Non pensa alla morte.
Pensa alla moka lasciata sul fornello.
Il filo si spezzò.
La gabbia venne verso l’alto.
Le persone sopra tirarono la corda.
Guidammo l’angolo oltre il bordo del ghiaccio.
Quando riemersi, la gabbia era davanti alla mia faccia.
Mani da ogni parte la afferrarono.
Clicca il pulsante qui sotto per leggere la prossima parte della storia.





