Gli diedi più di 700 pillole e cento iniezioni; poi capii che l’ultimo atto d’amore era smettere di trattenerlo
L’ultima volta che Lucky mi guardò, non aveva paura.
È questo che mi torna in mente ancora oggi.
Non il rumore della porta della clinica che si chiudeva. Non il tavolo freddo. Non la scatola di fazzoletti lasciata troppo in vista, come se chi lavorava lì sapesse già che prima o poi ogni persona avrebbe avuto bisogno di svuotarla.
Ricordo i suoi occhi.
Stanchi.
Dorati.
Fermi sui miei.
Lucky era avvolto nella vecchia copertina azzurra che tenevo da mesi sul sedile del passeggero. Una coperta scolorita, con un angolo sfilacciato, che una volta apparteneva a mio nipote quando era neonato.
Pesava pochissimo.
Troppo poco.
Per undici anni avevo avuto tra le braccia un gatto robusto, testardo, capace di occupare mezzo divano come se pagasse lui il mutuo.
Quel giorno sembrava fatto di ossa, pelo e respiro.
«Vuole ancora qualche minuto, signora Anna?»
La veterinaria parlava piano.
Avevo sessantadue anni e, in quel momento, avrei voluto risponderle che un minuto non mi sarebbe bastato.
Ne avrei voluti mille.
Ne avevo già chiesti quasi due anni.
Da quando Lucky si era ammalato, la mia cucina non sembrava più una cucina.
Sembrava una piccola farmacia.
Scatole di medicine vicino alla zuccheriera. Siringhe nel cassetto delle posate. Fogli con orari attaccati all’anta sopra il lavello.
Ore 7: compressa.
Ore 13: mezza dose.
Ore 19: iniezione.
Ore 23: controllo.
Avevo imparato parole che prima non avrei mai pensato di conoscere.
Valori del sangue.
Ecografie.
Infusioni.
Chemioterapia.
Più di settecento pillole.
Oltre cento iniezioni.
Otto cicli di terapia.
Viaggi avanti e indietro dalla cittadina dove vivo, sulle colline emiliane, fino alla clinica veterinaria del capoluogo.
Quaranta minuti ad andare.
Quaranta a tornare.
A volte in silenzio.
A volte con me che parlavo come una matta.
«Ancora questa, Lucky. Poi torniamo a casa.»
Lui mi guardava dal trasportino con quell’aria offesa che aveva avuto tutta la vita.
Come per dire: “Questa storia del veterinario comincia davvero a stancarmi.”
Non mi graffiò mai.
Non mi morse mai.
Neppure quando dovevo tenerlo fermo per le iniezioni e sentivo il suo corpo irrigidirsi.
Gli accarezzavo la testa.
«Lo so, amore. Lo so.»
E lui sopportava.
Questo è il verbo giusto.
Sopportava.
Ma ogni mattina provava ancora a essere Lucky.
Quando tornavo dal lavoro e lasciavo le chiavi nella ciotolina dell’ingresso, sentivo un colpetto debole sul pavimento.
Poi un altro.
E un altro ancora.
Arrivava dal corridoio.
Lento.
Magro come un’ombra.
Ma arrivava.
Come se sapesse che io avevo bisogno di vederlo fare quello sforzo.
Vivo sola da quando mio marito se n’è andato otto anni fa.
Non è morto.
Ha semplicemente deciso che cinquant’anni erano un’età abbastanza giovane per ricominciare con un’altra donna.
All’inizio quella cosa mi aveva distrutta più di quanto avessi ammesso.
In paese, però, certe ferite si portano bene.
Si esce pettinate.
Si saluta.
Si compra il pane.
Si dice che va tutto bene.
Perché la bella figura, da noi, a volte pesa più della verità.
Io avevo fatto esattamente così.
Avevo continuato a lavorare nella segreteria di uno studio tecnico.
Avevo continuato a preparare lasagne per il pranzo della domenica quando veniva mio figlio con la sua famiglia.
Avevo continuato a dire alle vicine: «Figurati, sto benissimo.»
Poi chiudevo la porta.
E c’era Lucky.
Lui non aveva bisogno che facessi bella figura.
Se piangevo, mi si sdraiava accanto.
Se cenavo con pane, formaggio e una mela perché non avevo voglia di cucinare, lui restava sulla sedia vicino a me.
Se alle dieci di sera guardavo la televisione senza seguire niente, si appallottolava contro la mia coscia.
Non risolveva nulla.
Ma riempiva il silenzio.
Quando si ammalò, io feci quello che avrei fatto per chiunque considerassi famiglia.
Combattei.
Telefonate in pausa pranzo.
Analisi.
Controlli.
Medicine nascoste nel cibo.
Poi cibo diverso, quando capiva il trucco.
Poi bocconcini costosi.
Poi pollo lesso.
Poi tonno.
Poi qualunque cosa riuscisse a mandare giù.
La notte dormivo sul divano perché non riusciva più a saltare sul letto.
Mi svegliavo ogni due ore.
Toccavo la coperta.
Controllavo il respiro.
Guardavo la ciotola.
«Hai mangiato?»
Come se potesse rispondermi.
Ci furono anche giorni buoni.
Ed erano quasi peggio.
Dopo il quarto ciclo di terapia, una mattina lo trovai seduto nel quadrato di sole davanti alla finestra della cucina.
Aveva gli occhi mezzi chiusi.
Le zampe raccolte sotto il corpo.
Per qualche minuto sembrò quello di prima.
Il mio Lucky grassoccio e arrogante.
Io avevo in mano il caffè.
Mi misi a piangere dentro la tazza.
Pensai davvero che ce l’avessimo fatta.
Pensai: “Forse siamo fortunati.”
È una cosa pericolosa, la speranza.
Ti dà forza.
Ma può anche farti credere che amare abbastanza significhi poter controllare quello che succede.
La malattia mi insegnò il contrario.
Il peggioramento arrivò all’improvviso.
Prima smise di mangiare.
Poi di bere.
Poi di sollevare la testa quando aprivo una scatoletta.
Il respiro cambiò.
Le ossa diventarono appuntite sotto le mie dita.
E soprattutto smise di guardarmi davvero.
Fissava oltre.
Quella cosa mi terrorizzò.
La mattina dell’ultima visita guidai con una mano sul volante e l’altra infilata nel trasportino.
Continuavo a chiedermi se stessi arrendendomi troppo presto.
Forse esisteva un’altra medicina.
Un altro specialista.
Un’altra settimana.
La veterinaria non mi spinse verso nessuna decisione.
Accarezzò la coperta azzurra e disse soltanto:
«Lucky porta questo peso da tanto tempo.»
Mi si aprì qualcosa dentro.
Perché capii che non stava portando solo la malattia.
Stava portando anche me.
La mia speranza.
La mia paura.
La mia incapacità di immaginare quell’appartamento senza le sue zampe sul pavimento.
Lo tenevo con me perché lo amavo.
Ma forse lo tenevo con me anche perché avevo paura di restare di nuovo sola.
Gli presi il muso tra le mani.
«Non devi farlo più.»
La voce mi tremava.
«Puoi riposarti. Io me la caverò.»
Non so se capì le parole.
Ma conosceva la mia voce.
Alzò gli occhi.
Mi guardò dritto.
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