A sessantotto anni portai al rifugio le cose della mia gatta morta. Poi vidi un’anziana micia rinunciare alla sua unica coperta per scaldare un cucciolo.
Pioveva da quella mattina, una pioggia sottile e ostinata che rendeva grigie perfino le facciate color ocra del quartiere.
Ero ferma in macchina davanti al piccolo rifugio comunale con entrambe le mani strette sul volante.
Sul sedile accanto avevo una scatola di cartone.
Dentro c’era quasi tutta la vita di Mina.
La ciotola di ceramica con il bordo scheggiato.
Un topolino di stoffa ormai senza coda.
Una pallina con un campanellino che da mesi non suonava più.
E quella coperta grigia, consumata al centro, sulla quale impastava con le zampe ogni sera prima di acciambellarsi contro il mio fianco.
Erano tre mesi che cercavo il coraggio di portare quella scatola lì.
Tre mesi dalla morte di Mina.
E ancora, entrando in cucina, abbassavo lo sguardo verso il punto dove lei aspettava la colazione.
A volte mi svegliavo alle cinque senza motivo.
Poi capivo.
Il mio corpo ricordava ancora l’orario di Mina.
La casa invece ricordava soltanto il silenzio.
Un silenzio così profondo che dalla porta d’ingresso riuscivo a sentire il frigorifero borbottare in cucina.
Qualcuno mi aveva detto:
«Coraggio, Teresa. Era solo una gatta.»
Non l’avevano detto con cattiveria.
Forse era proprio quello che faceva più male.
Mina era arrivata nella mia vita dopo il divorzio.
Mio marito era andato via dopo trentuno anni di matrimonio e nel giro di pochi mesi mi ero ritrovata in un appartamento che improvvisamente sembrava enorme.
Nostro figlio Luca viveva vicino a Bologna con la moglie e i bambini.
Telefonava.
Veniva quando poteva.
Ma aveva il suo lavoro, la sua famiglia, le rate, le scuole, le corse della vita.
Come è giusto che sia.
Io, invece, avevo giornate che nessuno riempiva più.
Fu Mina a riempirle.
Mi aspettava quando tornavo dalla spesa.
Mi rimproverava se tardavo con la cena.
La sera, quando in televisione scorrevano programmi che nemmeno seguivo davvero, lei saltava accanto a me e mi ricordava che in quella casa almeno una creatura aveva bisogno della mia presenza.
Quando morì, non mi sembrò semplicemente che l’appartamento fosse vuoto.
Mi sembrò finito.
Quella era la parola.
Finito.
Come se una porta della mia vita si fosse chiusa senza possibilità di essere riaperta.
Per tre mesi ripetei a me stessa che non avrei più preso animali.
Lo dicevo mentre lavavo i piatti.
Lo dicevo rifacendo il letto.
Lo dicevo perfino ad alta voce.
«Alla mia età basta così.»
Avevo sessantotto anni.
Non mi sentivo vecchia.
Ma ero abbastanza grande da conoscere il prezzo degli addii.
Non volevo affezionarmi ancora.
Non volevo un’altra sala d’attesa.
Un’altra telefonata.
Un’altra ciotola rimasta piena.
Un’altra coperta da piegare dopo l’ultima notte.
Presi la scatola e corsi sotto la pioggia verso l’ingresso del rifugio prima che il coraggio mi abbandonasse.
Dentro faceva caldo.
C’era odore di disinfettante, crocchette e giacche bagnate.
Da qualche parte abbaiò un cane.
Da un’altra stanza arrivò il miagolio insistente di un gattino.
Una volontaria sui cinquant’anni mi rivolse quel sorriso stanco che hanno le persone abituate a vedere esseri lasciati indietro.
«Donazioni?»
Annuii.
Mi indicò uno scaffale.
Appoggiai la scatola.
La coperta grigia spuntava da un lato.
Per un attimo ebbi l’impulso di riprenderla.
Poi mi dissi che era proprio per quello che ero venuta.
Dovevo lasciare andare.
Feci due passi verso l’uscita.
Poi la vidi.
Era nella gabbia più bassa, quasi in fondo al corridoio.
Una di quelle che devi chinarti per guardare bene.
La gatta sembrava vecchissima.
Il pelo aveva chiazze più rade.
Un orecchio era segnato e storto.
Un baffo piegato le attraversava il muso come un punto interrogativo.
Gli occhi erano velati.
Sul cartellino c’era scritto:
ADA, circa 14 anni.
Non era bella nel modo in cui la gente usa quella parola davanti agli animali da adottare.
Non era buffa.
Non aveva il muso tondo da fotografia.
Sembrava soltanto stanca.
Accanto a lei c’era un gattino minuscolo.
Non so perché fosse temporaneamente nella stessa sistemazione.
Forse mancava spazio.
Forse era arrivato da poco.
Ricordo soltanto che tremava.
Ada aveva una sola copertina sottile.
Era sotto le sue zampe anteriori.
La vidi guardare il piccolo.
Poi abbassò il muso verso la coperta.
Con un movimento lentissimo infilò una zampa sotto un lembo e lo tirò.
La stoffa si spostò di pochi centimetri.
Ada si fermò.
Riprese fiato.
Tirò ancora.
Il tessuto si arrotolò a metà strada.
Lei lo raggiunse.
Tirò di nuovo.
Continuò finché quella povera coperta non finì sotto il gattino.
Poi fece qualcosa che ancora oggi, se ci penso, mi stringe la gola.
Non tornò sulla coperta.
Si sdraiò accanto al piccolo.
Sul pavimento duro.
Lo spinse delicatamente contro il proprio ventre.
E rimase immobile.
A scaldarlo.
Restai lì.
Non so per quanto.
Per un attimo ebbi la strana sensazione di conoscere quel gesto.
Non pensai che Ada fosse Mina.
Non credo a queste cose in quel modo.
Ma riconobbi qualcosa.
Mina aveva fatto lo stesso con me per anni.
Quando dopo il divorzio piangevo in bagno, si sedeva davanti alla porta.
Quando Luca si era trasferito definitivamente e avevo preparato per l’ultima volta il suo letto, Mina era salita sulla sedia accanto a me senza fare rumore.
Quando restavo troppo a lungo seduta al buio, veniva a urtarmi la mano con la testa.
Come per dire:
Io ci sono.
Tu ci sei.
Per adesso basta questo.
Guardando Ada rinunciare alla sua unica comodità per una creatura più fragile, sentii rompersi qualcosa dentro di me.
Mi ero convinta che il dolore significasse che l’amore era terminato.
Che dopo una perdita restavano solo ricordi, fotografie, abitudini inutili e stanze troppo grandi.
Invece quella vecchia gatta sembrava dirmi il contrario.
L’amore non era morto.
Era rimasto senza un posto dove andare.
Mi abbassai davanti alla gabbia.
Le ginocchia protestarono.
«Se venissi con me», sussurrai, «devi sapere che non sono messa molto bene nemmeno io.»
Mi si spezzò la voce.
Ada sollevò il muso.
Non miagolò.
Non allungò le zampe.
Mi osservò soltanto con quegli occhi opachi, come una creatura che aveva vissuto abbastanza da non aspettarsi più niente.
Infilai due dita tra le sbarre.
Ada si avvicinò.
Premette la guancia contro la mia mano.
Tutto lì.
Niente miracoli.
Niente musica.
Una vecchia gatta che, dopo chissà quante delusioni, decideva ancora di fidarsi di una sconosciuta.
Scoppiai a piangere.
Non le lacrime eleganti dei film.
Quelle vere.
Naso rosso.
Spalle che tremano.
Fiato corto.
La volontaria mi guardò da lontano.
Poi, con discrezione, abbassò gli occhi.
Ero entrata lì per liberarmi delle cose di Mina perché credevo che conservarle significasse essere incapace di andare avanti.
Forse avevo capito tutto al contrario.
Forse certe cose restano perché un giorno dobbiamo capire a chi serviranno dopo di noi.
Quella sera Ada entrò in casa mia dentro un trasportino prestato dal rifugio.
Prima di aprirlo recuperai la scatola.
Sì.
Quella che avevo appena donato.
La volontaria sorrise quando glielo chiesi.
«Prenda almeno la coperta.»
Così stesi la vecchia coperta grigia di Mina accanto al divano.
Aprii lo sportello.
Ada uscì lentamente.
Le zampe posteriori erano rigide.
Fece tre passi.
Annusò il tappeto.
Il tavolino.
La coperta.
La annusò a lungo.
Poi girò su se stessa una volta, si sdraiò e lasciò uscire un respiro così profondo che sembrò il sospiro di qualcuno arrivato a casa dopo anni.
Mi sedetti sul pavimento.
E piansi di nuovo.
Non perché Mina mi mancasse meno.
Mi manca ancora.
Ma perché per la prima volta da tre mesi quell’appartamento non sembrava finito.
Sembrava vivo.
La prima notte dormii pochissimo.
Ogni volta che aprivo gli occhi guardavo verso il divano.
Lì c’era una sagoma.
Non Mina.
Mai Mina.
Ada.
Acciambellata sulla coperta, con l’orecchio storto piegato all’indietro.
Ogni volta sentivo insieme sollievo e senso di colpa.
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