Mio marito diceva che quel gatto arancione avrebbe rovinato il nostro matrimonio. Poi una notte smise di muoversi e cadde ogni maschera
La prima volta che Marco disse: «O lui o me», Ruggine aveva tutte e quattro le zampe dentro il piatto di mio marito e stava leccando il sugo dell’arrosto della domenica.
Mia cognata aveva ancora la forchetta a mezz’aria.
Mia madre si fece il segno della croce.
Io guardai il gatto.
Poi guardai Marco.
«Almeno aspetta che finisca le patate.»
Marco mi lanciò uno sguardo di quelli che, dopo trentadue anni di matrimonio, conosci meglio della tua faccia allo specchio.
Ruggine, invece, si sedette nel piatto.
Come se avesse pagato lui il mutuo.
Bisogna capire una cosa su mio marito.
Marco è uno di quegli uomini cresciuti con l’idea che una casa debba funzionare bene e sembrare ancora meglio.
La maniglia traballa? Lui la stringe.
La tapparella fa rumore? La smonta.
Una bolletta arriva alta? Passa la sera con la calcolatrice, borbottando che «qualcuno ci sta prendendo per scemi».
Ma se gli chiedi come sta, risponde sempre nello stesso modo.
«Bene.»
Anche quando non sta bene.
Soprattutto quando non sta bene.
È figlio di una generazione in cui i problemi si risolvevano in silenzio, i panni sporchi non uscivano dalla porta di casa e davanti ai parenti si faceva bella figura anche con il cuore a pezzi.
Ruggine, invece, della bella figura non sapeva cosa farsene.
Era un gatto arancione con un orecchio leggermente piegato, una macchia chiara sul naso e il talento raro di trasformare ogni ambiente in una scena del crimine.
Lo avevo visto per la prima volta in un piccolo rifugio della provincia.
Era rannicchiato in fondo a una gabbia, spelacchiato sulla coda, con quell’espressione diffidente degli animali che hanno già capito quanto possono essere strani gli esseri umani.
Marco aveva incrociato le braccia.
«Guardiamo soltanto.»
Ruggine infilò una zampa tra le sbarre.
Agganciò il laccio della scarpa di Marco.
E non lo mollò più.
Avrei dovuto interpretarlo come un avvertimento.
Dopo dieci giorni aveva rosicchiato due cavi, rovesciato il vaso di basilico e scoperto come aprire di tre centimetri l’anta dell’armadio per dormire sopra il cappotto buono di Marco.
Quello che lui usava ai matrimoni, ai funerali e alle occasioni in cui bisognava «essere presentabili».
Ogni mattina cominciava allo stesso modo.
«Quel gatto è una disgrazia.»
Poi Marco lo prendeva dalla tavola, lo appoggiava delicatamente sul pavimento e mangiava con una mano sola perché Ruggine continuava a strofinarsi contro le sue gambe.
Il gatto non buttava giù tutte le tazze.
Solo quella di Marco.
Non rubava il prosciutto da tutti i piatti.
Solo dal suo.
Non graffiava tutti i giornali.
Aspettava che Marco piegasse con precisione il suo, poi ci si sdraiava sopra.
Una volta dissi a mia sorella che vivere con loro due era come avere in casa un capocantiere brontolone e il suo apprendista ubriaco.
La sera era sempre lo stesso spettacolo.
Marco si sedeva sulla poltrona.
Ruggine saltava sulle sue gambe.
«No.»
Il gatto girava su se stesso.
«Ho detto di no.»
Si acciambellava.
«In questa casa non comanda nessuno, eh.»
Dopo cinque minuti, la mano di Marco era sul dorso del gatto.
Automatica.
Lenta.
Come se lui stesso non se ne accorgesse.
La verità è che Ruggine entrò in casa nostra nel momento giusto, anche se allora non lo sapevamo.
Avevamo superato i sessant’anni da poco.
I figli vivevano per conto loro.
La casa, che una volta sembrava troppo piccola, era diventata improvvisamente enorme.
Io lavoravo ancora qualche ora la mattina in un negozio del paese.
Marco faceva il responsabile di magazzino per un’azienda che vendeva materiali per l’edilizia.
Partiva presto.
Tornava tardi.
Mangiavamo insieme, ma parlavamo poco.
Non litigavamo quasi mai.
E per anni avevo pensato che fosse un buon segno.
Poi avevo capito che due persone possono smettere di litigare anche perché hanno smesso di dirsi le cose che contano.
Le nostre conversazioni erano diventate un elenco.
Hai pagato la luce?
Domani passa l’idraulico.
Domenica vengono i ragazzi.
Manca il caffè.
Hai chiamato tua sorella?
Il medico ha spostato l’appuntamento.
Hai chiuso il cancello?
Sembravamo due amministratori dello stesso condominio.
Efficienti.
Educati.
Stanchi.
Da fuori, però, eravamo ancora «una bella coppia».
Lo dicevano tutti.
Al pranzo della domenica la tovaglia era pulita, il ragù sul fuoco dalle otto, Marco affettava il pane e io mettevo in tavola i piatti buoni.
Nessuno vedeva i silenzi.
Nessuno vedeva che a volte andavamo a letto senza esserci davvero guardati per tutta la giornata.
Bella figura.
Sempre.
Poi arrivò Ruggine.
Ruggine che trascinava i calzini nel corridoio e ci miagolava contro come se dovesse denunciare un delitto.
Ruggine che una sera infilò la testa in una scatola di pasta vuota, corse alla cieca per il soggiorno e fece cadere una lampada che Marco aveva aggiustato tre volte.
Io risi così forte da farmi male alla pancia.
Marco cercò di resistere.
Poi guardò il gatto che camminava all’indietro con la scatola ancora in testa.
E scoppiò a ridere anche lui.
Non sentivo quella risata da mesi.
Quello era il vero talento di Ruggine.
Non essere buffo.
Interrompere il silenzio.
Una notte, verso le due, mi svegliai perché mancava qualcosa.
Sembra assurdo, ma chi vive con un animale lo capisce.
La casa era troppo quieta.
Nessuna corsa nel corridoio.
Nessuna zampa contro la porta.
Nessun oggetto misteriosamente spinto giù da un mobile.
Mi alzai.
La luce del soggiorno era accesa.
Marco era seduto per terra, con la schiena appoggiata al divano.
Aveva una vecchia maglietta grigia e i capelli spettinati.
Ruggine era sulle sue gambe.
Troppo fermo.
Sentii lo stomaco stringersi.
«Che è successo?»
Marco alzò gli occhi.
Conoscevo quella faccia.
Era la faccia di un uomo che aveva già avuto paura e adesso stava cercando di nasconderla.
«Ha vomitato. Poi si è messo qui e non voleva più muoversi.»
Mi inginocchiai.
Le mie ginocchia scricchiolarono così forte che, in un altro momento, avremmo riso.
Ruggine fece un miagolio debole e infilò il muso contro il braccio di Marco.
Fu allora che vidi la mano di mio marito.
Tremava.
Non poco.
Marco accarezzava la schiena del gatto con una delicatezza che mi fece quasi più male della paura.
Come se tenesse qualcosa di vetro.
Come se bastasse un movimento sbagliato per romperlo.
«Forse gli sta passando», sussurrai.
Marco deglutì.
Guardò Ruggine.
«Non farmelo più, amico mio.»
Amico mio.
Non bestiaccia.
Non rompiscatole.
Non il tuo gatto.
Amico mio.
Ruggine si riprese.
Aveva ingerito qualcosa che non avrebbe dovuto mangiare, naturalmente.
La mattina successiva era già sul piano della cucina a tentare di leccare il burro.
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