Questa parte della nostra storia era qualcosa di cui parlavamo poco.
Troppo dolore.
Troppi ricordi.
Silvia si era risposata tre anni dopo con Paolo, un uomo corretto, educato, sempre impegnato.
Matteo quasi non ricordava il padre.
Io invece sì.
Ricordavo il giorno in cui Marco aveva preso il suo primo luccio.
Aveva ventidue anni.
Urlava come un bambino.
Due delle esche nella cassetta erano sue.
Le avevo conservate.
Volevo portare Matteo al lago.
Volevo dirgli:
«Questa la usava tuo padre.»
Volevo raccontargli cose che nessun telefono poteva raccontare.
Non pensavo che il regalo fosse prezioso.
Pensavo che avesse valore.
Quel giorno arrivarono tutti verso mezzogiorno.
Io ero davanti al barbecue.
Faceva un caldo feroce.
La camicia mi si appiccicava alla schiena.
Tito stava all’ombra del carrello, vicino ai miei piedi.
Romeo correva dappertutto.
Saltava sui bambini.
Rubava tovaglioli.
Entrava e usciva da casa.
Tutti ridevano.
«È un cucciolo!»
Ogni cosa che faceva sembrava adorabile.
Verso l’una arrivò Roberto, il cognato di Silvia.
Roberto lavorava in un ufficio finanziario a Milano.
Lo vedevamo due o tre volte all’anno.
Arrivò con una cabriolet nuova, occhiali scuri e una camicia bianca così perfetta che sembrava stirata mentre la indossava.
«Dov’è il festeggiato?»
Matteo gli corse incontro.
Roberto tirò fuori dal bagagliaio un pacco enorme.
«Auguri, campione.»
Matteo strappò la carta.
Dentro c’era un visore per videogiochi con console e accessori.
Non so quanto costasse.
Non mi interessava.
Ma capii che era tanto dalla faccia di tutti.
Matteo urlò.
Gli amici si raccolsero attorno.
Nel giro di trenta secondi sparirono dentro casa.
Roberto rise.
«Con questo ce lo siamo giocato fino a Natale.»
Gli altri risero.
Anch’io sorrisi.
Poi guardai il tavolo dei regali.
La mia cassetta di rovere era lì.
Avvolta in semplice carta marrone.
Avevo legato un nastro verde.
Era finita sotto due buste e una scatola colorata.
Rimasi a guardarla per qualche secondo.
Poi tornai alla griglia.
Non ero arrabbiato con Matteo.
Aveva dodici anni.
A dodici anni avrei scelto anch’io un giocattolo nuovo invece di una scatola fatta dal nonno.
Ma sentii qualcosa.
Una specie di tristezza lenta.
Non per il regalo.
Per il tempo.
Per la sensazione che tutto quello che sapevo fare appartenesse ormai a un mondo che nessuno voleva più.
Giravo le salsicce quando Tito si alzò.
Fece due passi.
Poi si fermò.
Ansava forte.
Il cemento era bollente.
Gli toccai la schiena.
«Aspetta qui.»
Andai verso casa per prendere la sua ciotola.
La riempii d’acqua fresca.
Fu allora che sentii il fracasso.
Un urlo.
Un bicchiere rotto.
Poi la voce di Silvia.
«Papà!»
Uscii.
Romeo era saltato sul tavolo.
Aveva rovesciato una brocca di limonata.
Piatti bagnati.
Bicchieri per terra.
Una tovaglia zuppa.
Un paio di invitati si erano alzati.
Romeo scodinzolava felice.
Silvia guardava tutto con il viso rosso.
Quando mi vide con la ciotola in mano, esplose.
«Ti avevo chiesto di tenere d’occhio i cani!»
Mi fermai.
«Sono andato a prendere l’acqua per Tito.»
«Papà, guarda che casino.»
«È stato Romeo.»
«Romeo è un cucciolo!»
Quella frase.
Romeo è un cucciolo.
Come se spiegasse tutto.
Poi Silvia guardò Tito.
Lui si era rimesso vicino al barbecue.
«E anche Tito…»
Fece una pausa.
«Papà, non puoi lasciarlo lì in mezzo.»
«È all’ombra.»
«La gente inciampa.»
Nessuno aveva inciampato.
«Ha caldo.»
«E poi puzza.»
Quella parola arrivò piano.
Puzza.
Guardai Tito.
Un vecchio cane con il pelo ruvido, le zampe stanche e gli occhi pieni di fiducia.
Avevo passato la mattina a cucinare per trenta persone.
Lui aveva passato la mattina ai miei piedi.
Silvia abbassò la voce.
«Per favore. Mettilo in garage fino alla fine della festa.»
Guardai il garage.
Porta chiusa.
Lamiera sul tetto.
Nessuna finestra.
«No.»
Silvia mi fissò.
«Cosa?»
«Ho detto no.»
Attorno a noi il silenzio diventò pesante.
Persino i bambini più vicini smisero di parlare.
Silvia sorrise nervosamente.
«Papà, non fare una scena.»
«Non sto facendo una scena.»
Posai la ciotola davanti a Tito.
Lui bevve.
Piano.
«Non chiudo un cane di tredici anni in un garage bollente perché rovina la bella figura davanti agli invitati.»
«Ma quale bella figura?»
«Quella che ti interessa da cinque anni.»
Il viso di Silvia cambiò.
«Che significa?»
Avrei potuto fermarmi.
Per tutta la vita avevo saputo fermarmi.
Era il mio talento.
Mandare giù.
Lasciar correre.
Tenere la famiglia unita.
Ma quel giorno mi accorsi di essere stanco di essere l’unico a tenerla unita.
«Significa che Tito può stare in giardino quando ti serve qualcuno che lo porti dal veterinario. Può stare in macchina quando devo accompagnare Matteo. Può stare vicino a me quando aggiusto il tuo cancello. Ma oggi ci sono gli ospiti e improvvisamente dà fastidio.»
«Non c’entra niente.»
«C’entra tutto.»
Paolo si avvicinò.
«Carlo, magari ne parliamo dopo.»
Mi voltai verso di lui.
«Dopo cosa? Dopo aver finito di cuocervi la carne?»
Paolo si fermò.
Silvia sembrò ricevere uno schiaffo.
«Papà.»
«No, Silvia. Oggi parlo io.»
Mi tremavano le mani.
Non per paura.
Perché non ero abituato.
«Cinque anni fa mi avete detto di venire qui perché eravamo una famiglia. E io vi ho creduto.»
Nessuno si muoveva.
«Da allora porto Matteo a scuola. A calcio. Dal dentista. A catechismo. Gli preparo pranzo quando voi lavorate. Faccio la spesa. Taglio il prato. Porto fuori i cani. Aspetto operai e corrieri. Riparo quello che si rompe.»
Silvia aprì la bocca.
«Ma tu hai sempre detto che ti faceva piacere.»
«Certo che mi faceva piacere.»
Mi battei una mano sul petto.
«Sono tuo padre. È normale che mi faccia piacere aiutarti.»
Feci una pausa.
«Ma aiutare non significa sparire.»
Silvia aveva gli occhi lucidi.
«Nessuno ti ha mai trattato male.»
Quella frase mi colpì più di tutte.
Perché era vera.
Non mi avevano insultato.
Non mi avevano cacciato.
Non mi avevano rubato soldi.
Era qualcosa di più sottile.
Mi avevano semplicemente smesso di vedere.
«Hai ragione», dissi. «Nessuno mi tratta male.»
Indicai la casa.
«Mi trattate come se fossi una parte della casa.»
Silenzio.
«Come la caldaia. Il cancello. La lavastoviglie.»
Roberto abbassò lentamente gli occhiali.
«Finché funziono, nessuno ci pensa.»
Sentii una voce dietro la porta finestra.
«Nonno?»
Matteo.
Aveva ancora il visore in mano.
Guardava tutti senza capire.
Mi si spezzò il cuore.
Non volevo che assistesse a quello.
Non volevo ferirlo.
Entrai in casa.
Sul pavimento del salotto c’erano scatole, carta regalo, cavi.
Presi la mia cassetta.
Matteo mi seguì.
«È per me?»
«Sì.»
Gli porsi il pacco.
«L’ho fatta io.»
Lui lo prese.
Era pesante.
«Dentro ci sono delle cose che appartenevano a tuo padre.»
Matteo si immobilizzò.
Per la prima volta quel giorno non guardò il videogioco.
Guardò me.
«A papà?»
Annuii.
«Quando avrai voglia, aprila.»
«Nonno…»
Gli posai una mano sulla spalla.
«Non oggi. Goditi il compleanno.»
Uscii.
Tito alzò la testa.
Fischiai.
Una volta sola.
Lui cercò di alzarsi.
Le zampe posteriori gli scivolarono.
Mi chinai.
«Piano, vecchio mio.»
Lo aiutai.
Silvia mi guardava.
«Dove vai?»
«Via.»
Rise nervosamente.
«Papà, smettila.»
Andai verso il mio vecchio furgone.
«Domani Matteo ha allenamento», disse.
Mi fermai.
Quella frase cancellò gli ultimi dubbi.
Non disse: “Papà, resta.”
Non disse: “Parliamo.”
Non disse: “Mi dispiace.”
Disse che Matteo aveva allenamento.
Mi voltai.
«Domani lo porterete voi.»
«Io ho una riunione.»
«Allora la sposterai.»
«Paolo lavora.»
«Anch’io ho lavorato per cinquant’anni.»
«Ma adesso sei in pensione.»
Quelle parole uscirono dalla sua bocca prima che potesse fermarle.
In pensione.
Come se significasse disponibile.
Come se il mio tempo non valesse niente perché nessuno mi pagava più per usarlo.
Aprii il portellone laterale.
Presi una vecchia coperta.
La sistemai sul sedile.
Poi sollevai Tito.
Pesava ventisette chili.
La schiena mi mandò una fitta.
Ma lo misi delicatamente sul sedile del passeggero.
Lui si sistemò.
«Papà, non puoi andartene così.»
Chiusi la portiera.
«Posso.»
«E dove vai?»
Quella era la domanda a cui non avevo risposta.
Non avevo più la mia casa.
Non avevo più i campi.
La maggior parte dei miei amici viveva lontano o era morta.
Avevo una pensione modesta.
Un cane vecchio.
Un furgone di diciassette anni.
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