E una valigia che non avevo ancora preparato.
Ma in quel momento una cosa la sapevo.
Qualunque posto sarebbe stato meglio di un luogo dove dovevo guadagnarmi ogni giorno il diritto di esistere.
«Vado al lago.»
Silvia mi fissò.
«Al lago?»
«Sì.»
«Adesso?»
«Adesso.»
Misi in moto.
Tito appoggiò il muso al finestrino.
Mentre uscivo dal vialetto vidi Matteo sulla porta.
Stringeva la cassetta di legno al petto.
Quell’immagine quasi mi fece frenare.
Quasi.
Guidai per un’ora.
Il telefono suonò nove volte.
Prima Silvia.
Poi Paolo.
Poi ancora Silvia.
Poi Roberto.
Non risposi.
Arrivai al lago nel tardo pomeriggio.
Conoscevo una piccola pensione a gestione familiare vicino all’acqua.
La proprietaria, una donna sulla sessantina di nome Teresa, mi guardò attraverso gli occhiali.
«Una notte?»
«Per cominciare.»
Indicò Tito.
«Lui entra?»
«Se non entra lui, non entro io.»
Teresa guardò il cane.
Poi me.
«Basta che non salga sul letto.»
Quella notte Tito dormì sul letto.
E Teresa, se lo scoprì, ebbe la bontà di non dire niente.
Io non dormii quasi.
Alle cinque mi alzai.
Per abitudine.
Rimasi seduto al bordo del materasso aspettando mentalmente la lista delle cose da fare.
Poi mi ricordai.
Non c’era nessuna lista.
Aprii la finestra.
Il lago era immobile.
Tito russava.
Preparai un caffè con la macchinetta della stanza.
Non era buono.
Ma lo bevvi lentamente.
Per la prima volta dopo anni nessuno mi aspettava da qualche parte.
Avrei dovuto sentirmi inutile.
Mi sentii libero.
Alle sette arrivò un messaggio.
Non da Silvia.
Da Matteo.
“Nonno, ho aperto la scatola.”
Sotto c’era una foto.
La cassetta sul tavolo.
Le esche allineate.
Il biglietto che avevo messo all’interno.
“Queste appartenevano a tuo padre. Se un giorno vorrai conoscere una parte di lui che non ricordi, portami al lago.”
Rimasi a fissare lo schermo.
Poi arrivò un altro messaggio.
“Posso venire oggi?”
Mi coprii gli occhi con la mano.
Tito alzò la testa.
«Che faccio, vecchio?»
Naturalmente non rispose.
Ma la coda batté una volta sul materasso.
Chiamai Silvia.
Rispose subito.
«Papà.»
La sua voce era diversa.
Stanca.
Aveva pianto.
«Matteo mi ha scritto.»
«Lo so.»
Silenzio.
«Vuole venire.»
«Lo so.»
«Puoi portarlo?»
Ancora silenzio.
Poi Silvia disse qualcosa che non mi aspettavo.
«No.»
La parola mi gelò.
«Come no?»
«Devi venire tu a prenderlo.»
Strinsi la mascella.
«Silvia, non ricominciamo.»
«Non hai capito.»
Inspirò.
«Devi venire perché dobbiamo parlare.»
Non risposi.
«E perché ho preparato le tue cose.»
Mi si strinse lo stomaco.
Ecco.
Alla fine era successo.
Avevo alzato la voce.
Avevo rovinato la festa.
Ora mi cacciavano.
«Va bene», dissi.
«Papà…»
«Tra un’ora sono lì.»
Riattaccai.
Guidai lentamente.
Nella mia testa preparavo già tutto.
Avrei preso i vestiti.
Gli attrezzi.
Le foto di Anna.
La piccola caffettiera.
Avrei trovato un monolocale.
Magari lontano.
Magari in un paese dove nessuno mi conosceva.
Quando arrivai davanti alla villetta c’erano tre macchine.
Quella di Silvia.
Quella di Paolo.
E quella di Roberto.
Pensai che avessero organizzato una specie di consiglio di famiglia.
Mi venne quasi da ridere.
Entrai dal cancello.
Nessuno era in giardino.
La tovaglia della festa era sparita.
I palloncini erano ancora legati alla ringhiera, mezzi sgonfi.
La porta si aprì.
Matteo corse fuori.
«Nonno!»
Mi abbracciò.
Era abbastanza grande da non farlo quasi più.
Quell’abbraccio mi fece male.
«Piano, campione.»
«Guarda.»
Aveva la cassetta con sé.
«Ho letto tutto.»
«Bene.»
«Quella rossa la usava davvero papà?»
«Sì.»
«Ha preso un pesce?»
«Uno enorme.»
Gli occhi gli si accesero.
«Me lo racconti?»
«Certo.»
Silvia comparve sulla porta.
Aveva il viso stravolto.
Dietro di lei c’erano Paolo e Roberto.
«Papà, entra.»
Entrai.
Sul tavolo della cucina non c’erano le mie valigie.
C’erano dei fogli.
E il vecchio blocchetto magnetico.
Quello delle commissioni.
Silvia lo prese.
Lo appoggiò davanti a me.
Aveva strappato tutte le pagine.
«Ieri sera Matteo mi ha chiesto una cosa.»
Guardò suo figlio.
«Mi ha chiesto perché il nonno doveva andarsene se era quello che faceva più cose per tutti.»
Abbassai lo sguardo.
«E io non ho saputo rispondere.»
Roberto tossì piano.
Silvia continuò.
«Poi Paolo ha cominciato a contare.»
«Contare cosa?»
Paolo prese un foglio.
«Tutto quello che fai.»
Lessi alcune righe.
Accompagnamenti.
Spesa.
Giardino.
Riparazioni.
Cane.
Commissioni.
Ore.
Accanto c’erano cifre.
«Che roba è?»
Paolo sembrava imbarazzato.
«Abbiamo provato a calcolare quanto ci costerebbe pagare qualcuno per fare tutte le cose che fai tu.»
Risi senza allegria.
«Non voglio essere pagato.»
«Lo sappiamo.»
Silvia si sedette.
«Era per capire.»
Si mise le mani sul viso.
«E mi sono vergognata.»
Non dissi niente.
«Papà, io continuavo a raccontare alle persone quanto fossi fortunato tu a vivere qui.»
Alzò gli occhi.
«Ma la fortunata ero io.»
Quelle parole arrivarono dove tutte le scuse non sarebbero riuscite ad arrivare.
«Ti ho trasformato nel nonno disponibile.»
Scosse la testa.
«Quello che tanto non ha niente da fare.»
Guardò il tavolo.
«E ieri, quando hai detto che eri diventato una parte della casa…»
Le tremò la voce.
«Ho capito che era vero.»
Matteo ascoltava.
Io non volevo che quel bambino portasse il peso dei problemi degli adulti.
«Silvia, basta.»
«No.»
Per la prima volta fu lei a dire quella parola.
«Fammi finire.»
Annuii.
«Non ti ho preparato le valigie.»
Indicò i fogli.
«Ho preparato un contratto.»
Quasi risi.
«Un contratto?»
«Non per pagarti.»
Spinse il foglio verso di me.
In alto c’era scritto:
REGOLE DI CASA.
Sotto, poche righe.
“Carlo non è disponibile automaticamente.”
“Le richieste si fanno, non si assegnano.”
“Due pomeriggi a settimana sono solo suoi.”
“Le commissioni non urgenti vengono divise tra tutti.”
“Tito resta in casa e in giardino come ogni altro cane della famiglia.”
“Matteo passa tempo con il nonno anche senza bisogno di essere accompagnato da qualche parte.”
Lessi due volte.
Poi guardai Silvia.
«Sembra scritto per dei bambini.»
«Forse ci siamo comportati come bambini.»
Roberto fece un passo avanti.
«Carlo, ieri io ho fatto una figura pessima.»
«Tu cosa c’entri?»
Indicò il salotto.
«Ho portato un regalo costoso. Ho fatto il fenomeno.»
Sorrise amaramente.
«Poi Matteo ha passato la serata con la tua cassetta.»
Mi voltai verso mio nipote.
Lui abbassò lo sguardo.
«Mamma mi ha raccontato di papà.»
Mi si chiuse la gola.
«E ha detto che tu sapevi tante cose di lui.»
«È vero.»
«Più del videogioco?»
Scoppiai a ridere.
«Molte più del videogioco.»
Anche lui sorrise.
Ma non tutto si aggiustò quel giorno.
Le storie vere non funzionano così.
Non basta una discussione per cancellare cinque anni.
Non basta un foglio.
Non basta chiedere scusa.
Dissi a Silvia che non sarei tornato a vivere lì.
Lei pianse.
Matteo protestò.
Paolo cercò di convincermi.
Ma per una volta rimasi fermo.
«Vi voglio bene.»
Guardai mia figlia.
«Proprio per questo devo andarmene.»
«Perché?»
«Perché se torno adesso, tra sei mesi saremo punto e a capo.»
Silvia negò.
«No.»
«Non perché sei cattiva.»
Le presi la mano.
«Perché le abitudini sono forti.»
Inspirai.
«E io stesso sono parte del problema.»
Lei mi guardò sorpresa.
«Io ho sempre detto sì.»
Un sorriso triste.
«Anche quando volevo dire no.»
Per anni avevo creduto che sacrificarsi fosse la forma più alta dell’amore.
Mio padre l’aveva fatto.
Mia madre l’aveva fatto.
Anna l’aveva fatto.
La nostra generazione aveva imparato che amare significava sopportare.
Stringere i denti.
Non pesare sugli altri.
Aiutare senza chiedere.
Ma c’è una cosa che nessuno ci aveva insegnato.
Se dai tutto senza mai indicare un limite, prima o poi chi riceve smette di capire quanto costa.
Trovai un piccolo appartamento a quindici minuti da casa di Silvia.
Cinquantacinque metri quadrati.
Un balcone.
Una cucina che sembrava uscita dal 1987.
Il bagno aveva piastrelle marroni terribili.
Ma accettavano animali.
Quando chiesi alla proprietaria se Tito poteva vivere con me, mi disse:
«Se paga l’affitto anche lui, gli do pure una camera.»
Risi per cinque minuti.
Non ridevo così da anni.
Comprai un tavolo usato.
Due sedie.
Un letto.
Una poltrona.
Portai le foto di Anna.
Appesi la sua fotografia più bella vicino alla cucina.
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