Era stata scattata nell’estate del 1984.
Aveva un vestito a fiori.
Stava ridendo.
Quando sistemai l’ultima scatola, mi sedetti.
Tito si sdraiò vicino alla porta del balcone.
Guardai quella casa piccola.
Era mezza vuota.
Silenziosa.
Imperfetta.
Ma era mia.
La prima domenica Silvia telefonò.
«Pranzo da noi?»
Ebbi l’istinto di dire subito sì.
Poi guardai la canna da pesca appoggiata al muro.
«A che ora?»
«Dodici e mezza.»
«Va bene.»
«Puoi arrivare prima e aiutarmi con…»
Si fermò.
Silenzio.
Poi rise piano.
«No. Lascia perdere.»
Sorrisi.
«Posso arrivare alle dodici e mezza.»
«Perfetto.»
Quella domenica arrivai alle dodici e trentadue.
Non alle dieci.
Non alle undici.
Non con sacchetti della spesa.
Solo con una bottiglia di vino e Tito.
La tavola era apparecchiata.
Paolo aveva cucinato l’arrosto.
Un po’ troppo asciutto.
Non glielo dissi.
Silvia aveva fatto le patate.
Matteo mi aspettava con la cassetta da pesca vicino alla sedia.
A metà pranzo disse:
«Nonno, dopo andiamo al lago?»
Guardai Silvia.
Per un secondo vidi nei suoi occhi il vecchio riflesso.
La domanda automatica:
“A che ora tornate?”
Poi sorrise.
«Divertitevi.»
Al lago Matteo non prese niente.
Nemmeno un pesce piccolo.
Perse due esche.
Si aggrovigliò la lenza tre volte.
Fece mille domande.
«Papà veniva qui?»
«Sì.»
«Era bravo?»
«Per niente.»
Rise.
«Davvero?»
«Una volta è caduto nell’acqua cercando di recuperare un galleggiante.»
Matteo rise ancora più forte.
Gli raccontai suo padre.
Non l’uomo idealizzato delle fotografie.
Il ragazzo vero.
Testardo.
Generoso.
Disordinato.
Sempre in ritardo.
Quello che cantava male in macchina.
Quello che aveva paura dei temporali da bambino.
Quello che, quando nacque Matteo, pianse per mezz’ora senza vergognarsi.
Mio nipote ascoltava.
A un certo punto disse:
«Nonno, perché nessuno mi aveva mai raccontato queste cose?»
Non seppi rispondere.
Forse perché il dolore ci fa strani.
Pensiamo che smettere di parlare di chi non c’è protegga chi resta.
Invece spesso cancelliamo proprio ciò che dovremmo conservare.
Passarono i mesi.
Le cose cambiarono lentamente.
Silvia cominciò a telefonarmi senza chiedere favori.
All’inizio era quasi comico.
«Ciao papà.»
«Ciao.»
Silenzio.
«Tutto bene?»
«Sì.»
Altro silenzio.
«Ti serviva qualcosa?»
«No.»
«Sicura?»
«Sì. Ti chiamavo soltanto.»
Non sapevamo quasi come si facesse.
Per anni le nostre telefonate erano state:
“Puoi?”
“Passi?”
“Ricordati.”
“Porti?”
Adesso dovevamo imparare di nuovo a parlare.
Mi raccontava del lavoro.
Io le raccontavo del mio balcone.
Matteo veniva a trovarmi il sabato.
Non sempre.
Non per obbligo.
A volte passavamo il pomeriggio al lago.
A volte riparavamo cose.
Gli insegnai a usare un trapano.
A piantare un chiodo senza schiacciarsi le dita.
A fare il ragù lentamente.
«La mamma usa quello pronto.»
«Non dirglielo, che litighiamo di nuovo.»
Rideva.
Romeo e Tito, incredibilmente, diventarono amici.
O qualcosa di simile.
Romeo continuava a saltargli attorno.
Tito lo ignorava con la pazienza esasperata di un vecchio maestro.
Quando Romeo esagerava, Tito lo guardava.
Un solo sguardo.
Il cucciolo si calmava.
Una domenica, mentre eravamo tutti a pranzo, vidi una cosa.
Tito era sdraiato sotto il tavolo.
Romeo vicino a lui.
Silvia portò l’arrosto.
Prima di sedersi riempì una ciotola d’acqua.
La mise accanto a Tito.
Poi gli accarezzò piano la testa.
Non disse niente.
Nemmeno io.
Ma certe scuse non hanno bisogno di parole.
Tito morì nove mesi dopo.
Una mattina di marzo.
Nel mio appartamento.
Sul suo tappeto preferito.
La sera prima aveva mangiato poco.
Lo portai fuori come sempre.
Arrivammo fino all’angolo.
Poi si fermò.
Mi guardò.
Tornammo indietro.
La mattina lo trovai sdraiato.
Respirava piano.
Mi sedetti accanto a lui.
Gli appoggiai una mano sul fianco.
«Va bene, vecchio mio.»
Non so perché dissi proprio quelle parole.
Forse perché capii.
«Hai fatto abbastanza.»
Rimasi lì.
Con lui.
Fino alla fine.
Quando telefonai a Silvia arrivò in venti minuti.
Con Matteo.
Mio nipote aveva tredici anni ormai.
Entrò.
Vide Tito.
Non disse niente.
Si sedette a terra.
Gli accarezzò il muso.
Poi mi abbracciò.
Silvia pianse.
«Mi dispiace, papà.»
Guardai quel vecchio cane.
Quel compagno silenzioso.
Quello che, senza saperlo, aveva aperto una porta che io non avevo mai avuto il coraggio di aprire.
«Mi ha salvato lui.»
Silvia mi guardò.
«Da cosa?»
«Dal diventare invisibile del tutto.»
Non credo che capisse completamente.
Forse nemmeno io.
Ma so questo.
Se quel giorno avessi chiuso Tito nel garage, probabilmente sarei rimasto anch’io.
Avrei continuato a fare tutto.
A dire sì.
A sorridere.
A convincermi che fosse normale.
Magari sarei morto anni dopo in quella piccola taverna al piano terra, circondato da persone che mi volevano bene ma che avevano dimenticato di conoscermi.
Invece un vecchio cane mi obbligò a dire una parola che non pronunciavo abbastanza.
No.
Dopo la morte di Tito pensai che il mio appartamento sarebbe tornato vuoto.
Non lo fu.
Matteo continuò a venire.
Silvia anche.
Qualche volta Paolo portava il vino.
Una sera arrivò persino Roberto con una canna da pesca costosissima.
«Carlo, mi insegni?»
Guardai l’attrezzatura.
«Con quello che hai speso dovrebbe insegnare lei a te.»
Rise.
Andammo lo stesso.
Non diventammo una famiglia perfetta.
Le famiglie perfette esistono solo nelle fotografie scelte bene.
Litighiamo ancora.
Silvia ogni tanto torna a chiedere favori come se fossero ordini.
Io ogni tanto rispondo sì quando vorrei dire no.
Poi uno dei due se ne accorge.
E ricominciamo.
Ma adesso c’è una differenza.
Ci vediamo.
Davvero.
L’anno scorso, per il mio settantaquattresimo compleanno, facemmo il pranzo della domenica a casa mia.
Cinque persone attorno a un tavolo che ne teneva a malapena quattro.
Preparai le lasagne come le faceva Anna.
Silvia portò la torta.
Matteo arrivò con un pacco lungo.
«Questo è per te.»
Dentro c’era una nuova canna da pesca.
Semplice.
Niente di costoso.
Sul manico aveva fatto incidere una frase.
“Per il nonno che mi ha insegnato ad aspettare.”
Rimasi immobile.
Matteo arrossì.
«È una frase stupida?»
Scossi la testa.
«No.»
Mi passai una mano sugli occhi.
«È solo che a una certa età lacrimano senza motivo.»
Silvia rise.
«Certo, papà.»
Dopo pranzo andammo al lago.
Io e Matteo.
Prima di lanciare la lenza, lui tirò fuori dalla vecchia cassetta di rovere una delle esche di suo padre.
Quella rossa.
«Oggi uso questa.»
«Sei sicuro?»
«Sì.»
«Potresti perderla.»
Mi guardò.
«Le cose non servono a niente se le tieni chiuse in una scatola per paura di perderle.»
Rimasi zitto.
A volte cresci un nipote.
Altre volte è tuo nipote a restituirti una lezione.
Lanciò.
L’esca cadde nell’acqua.
Ci sedemmo.
Il lago era quasi immobile.
Non prendemmo niente per due ore.
E andava bene così.
Una volta avrei pensato che il valore di un uomo stesse in ciò che produce.
Quanti campi ara.
Quanti figli mantiene.
Quante cose aggiusta.
Quante volte dice sì.
Oggi non lo credo più.
A settant’anni suonati ho capito qualcosa che avrei voluto sapere a quaranta.
Amare la propria famiglia non significa diventare il servo della propria famiglia.
Essere un buon padre non significa accettare qualsiasi cosa.
Essere un buon nonno non significa cancellare la propria vita per rendere più comoda quella degli altri.
E avere bisogno di rispetto non è egoismo.
Per la nostra generazione è difficile capirlo.
Ci hanno cresciuti con il sacrificio.
Prima i figli.
Poi il lavoro.
Poi la casa.
Poi i nipoti.
E tu?
Tu dopo.
Sempre dopo.
Finché arriva un giorno in cui ti guardi allo specchio e non ricordi più cosa ti piaceva fare prima di diventare quello che risolve i problemi degli altri.
Io ho avuto bisogno di un vecchio cane per accorgermene.
Tito non mi chiedeva di aggiustare nulla.
Non gli interessava quanti soldi avessi.
Non gli importava se il prato era tagliato.
Se la cena era pronta.
Se il cancello funzionava.
Si sedeva accanto a me.
Questo bastava.
Forse per questo, quando Silvia gli ordinò indirettamente di sparire perché disturbava la festa, mi riconobbi in lui.
Vecchio.
Stanco.
Ancora fedele.
Ancora utile.
Ma improvvisamente fuori posto quando non serviva più.
Quel giorno non uscii soltanto dal giardino di mia figlia.
Uscii da un ruolo che avevo accettato troppo a lungo.
Non smisi di essere padre.
Non smisi di essere nonno.
Cominciai semplicemente a essere di nuovo Carlo.
E la cosa più strana è che, quando smisi di rendermi indispensabile, la mia famiglia non mi perse.
Mi ritrovò.





