Argo, senza saperlo, aveva preso la stessa decisione.
Due esseri viventi in due posti diversi.
Entrambi convinti che sperare fosse diventato troppo costoso.
La settimana successiva Elena si presentò al rifugio.
«Solo per vedere.»
Teresa non commentò.
Sapeva che le decisioni più importanti della vita spesso cominciano così.
Solo per vedere.
Percorsero il corridoio.
Elena accarezzò un meticcio giovane che saltava contro la rete.
Rise guardando una cagnolina piccola girare su se stessa.
Poi arrivarono davanti al box numero dodici.
Argo era sdraiato in fondo.
«Quello?»
«Argo.»
«Perché non viene?»
Teresa appoggiò le mani alla rete.
«Perché è già venuto troppe volte.»
Raccontò la storia.
Non drammatizzò.
Non serviva.
Quattro case.
Quattro ritorni.
Elena restò in silenzio.
Argo alzò appena gli occhi.
Per un secondo si guardarono.
Poi lui voltò il muso.
Elena sentì qualcosa stringersi nello stomaco.
Conosceva quello sguardo.
Lo aveva visto allo specchio.
«Posso entrare?»
Teresa aprì il cancello.
Elena si sedette su uno sgabello.
Non chiamò Argo.
Non allungò le mani.
Non fece quei rumori allegri che le persone fanno davanti ai cani.
Rimase semplicemente lì.
Dopo cinque minuti Argo si girò.
Dopo dieci sollevò la testa.
Dopo quindici si alzò.
Fece due passi.
Si fermò.
Elena continuava a ignorarlo.
Argo fece un altro passo.
Annusò l’aria.
Poi tornò indietro.
«Direi che gli sono simpatica», disse Elena.
Teresa sorrise.
«Per lui è praticamente una dichiarazione d’amore.»
Elena tornò il sabato successivo.
E quello dopo ancora.
Sempre senza promesse.
Portava Argo a passeggiare.
All’inizio lui camminava due metri avanti.
Mai troppo vicino.
Come se mantenere una distanza potesse proteggerlo.
Elena parlava.
Non gli faceva vocine.
Gli raccontava le cose.
«Sai, Carlo odiava camminare. Diceva che se Dio aveva inventato le automobili un motivo ci doveva essere.»
Argo annusava l’erba.
«Mia figlia sostiene che dovrei trasferirmi in città vicino a lei. Figurati. Io in mezzo a quei palazzi nuovi? Mi devono venire a prendere con la gru.»
Argo continuava a camminare.
«E poi ho i miei gerani. Non sono belli, però sono vivi. Che già è qualcosa.»
La terza settimana accadde una cosa piccola.
Così piccola che chiunque altro forse non l’avrebbe notata.
A un incrocio Elena si fermò prima di attraversare.
Argo tornò indietro.
E appoggiò per un istante il fianco contro il suo polpaccio.
Solo un secondo.
Poi ripartì.
Elena non disse nulla.
Ma quella sera telefonò a Teresa.
«Si è appoggiato a me.»
«Lo so.»
«Come fai a saperlo?»
«Perché hai la voce di una ragazzina.»
«Ma vai al diavolo.»
Teresa rise.
Il sabato successivo Argo camminò quasi sempre vicino a Elena.
Lei teneva il guinzaglio morbido.
Niente strattoni.
Niente fretta.
Si fermava quando lui voleva annusare.
Davanti a una piccola bottega, il proprietario uscì.
«Questo è quello nuovo?»
Elena fece subito un gesto.
«Non è mio.»
Argo smise di annusare.
Teresa, che li accompagnava a distanza, lo notò.
Il bottegaio porse un biscotto.
Argo lo prese.
«Bel cane.»
«Sì.»
«Portatelo spesso.»
Continuarono.
All’angolo incontrarono una signora che Elena conosceva dai tempi della scuola dei figli.
«Elena! Ti sei presa un cane?»
«No, no. È del rifugio.»
Ancora quelle parole.
Argo abbassò leggermente la testa.
Naturalmente Elena non poteva sapere cosa capisse.
Ma forse gli animali non hanno bisogno delle nostre frasi intere.
Capiscono il tono.
Le esitazioni.
Le distanze.
Quando tornarono verso il rifugio, Argo rallentò.
Elena non se ne accorse subito.
A cinquanta metri dal cancello, lui si fermò.
«Che c’è?»
Argo rimase immobile.
Elena fece un passo.
Il guinzaglio si tese.
«Dai.»
Nulla.
Lei si chinò.
Argo la guardava.
Quello sguardo aveva qualcosa di diverso.
Non paura.
Qualcosa di peggio.
Rassegnazione.
Come una persona che sa già come finirà una storia perché l’ha vissuta troppe volte.
Elena si raddrizzò.
Non disse più niente.
Aspettò.
Dopo qualche secondo Argo ricominciò a camminare.
Più lentamente.
Entrarono.
Davanti al box, Elena si abbassò per sganciare il guinzaglio.
Fu allora che successe.
Argo si sedette sopra i suoi piedi.
Elena rise.
«Ehi, devo passare.»
Provò a spostarsi.
Argo spostò il corpo con lei.
«Argo.»
Lui si appoggiò completamente contro le sue gambe.
Elena sentì il peso caldo del cane.
Teresa, poco distante, smise di sistemare alcune coperte.
Guardò senza parlare.
Elena provò nuovamente a sganciare il guinzaglio.
Argo improvvisamente infilò la testa tra le sue ginocchia.
«Ma che fai?»
Elena si accovacciò.
Fu un errore.
O forse fu la cosa più giusta che potesse fare.
Argo le salì quasi addosso.
Non con violenza.
Con disperazione.
Le zampe anteriori contro le cosce.
Il petto premuto al suo.
Il muso infilato sotto il mento.
Elena perse l’equilibrio e si sedette sul pavimento.
Argo le si rannicchiò addosso.
Tremava.
Non molto.
Appena.
Ma Elena lo sentì.
«Argo…»
Lui spinse ancora la testa contro il suo collo.
Come se cercasse di sparire dentro di lei.
Come se il suo intero corpo stesse dicendo una sola cosa.
Non lasciarmi qui.
Non un’altra volta.
Non di nuovo.
Elena rimase immobile.
Sentiva il respiro del cane.
Sentiva il proprio cuore.
E all’improvviso vide Carlo.
Non davvero.
Ma lo ricordò in cucina, una sera di tanti anni prima.
Avevano appena comprato un frigorifero usato che si era rotto dopo due settimane.
Elena era furiosa.
«Buttiamolo.»
Carlo aveva aperto la cassetta degli attrezzi.
«Prima vediamo se si aggiusta.»
«Tu aggiusteresti anche una pietra.»
Lui l’aveva guardata.
«Se vale la pena, sì.»
Elena chiuse gli occhi.
Argo tremava ancora.
Quattro famiglie.
Quattro ritorni.
Quattro volte qualcuno aveva deciso che era più semplice restituirlo che capire perché avesse così paura di essere lasciato.
E lei?
Non stava facendo la stessa cosa con la propria vita?
Non aveva passato tre anni a evitare qualsiasi cosa potesse farle provare troppo?
Teresa si avvicinò lentamente.
«Elena.»
«Non dire niente.»
«Non ho detto niente.»
«Ma stai per farlo.»
«No.»
Argo alzò gli occhi verso Elena.
Fu uno di quei momenti assurdi nei quali le persone attribuiscono agli animali pensieri umani.
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