Eppure Elena avrebbe giurato, fino alla fine dei suoi giorni, che quella domanda era chiarissima.
Tu torni?
Lei gli accarezzò la testa.
«Non lo so.»
Argo spinse il muso contro la sua mano.
Elena cominciò a piangere.
Senza singhiozzi.
Solo lacrime.
Quelle silenziose.
Quelle da adulti.
Quelle che scendono quando hai passato troppi anni a essere quello forte.
«Accidenti a te.»
Teresa si voltò per lasciarle un po’ di dignità.
Elena abbracciò il cane.
«Io non sono brava con queste cose.»
Argo rimase fermo.
«Ho sessantatré anni.»
Una leccata sul mento.
«Ho una casa piccola.»
Un’altra.
«E il divano è nuovo.»
Argo respirava contro il suo collo.
Elena rise in mezzo alle lacrime.
«Questa non è una trattativa corretta.»
Poi disse una parola.
Una parola semplicissima.
«Va bene.»
Teresa si voltò.
Elena guardò Argo negli occhi.
«Va bene. Vieni a casa.»
Il cambiamento non fu spettacolare.
Argo non capì immediatamente.
O forse non osò capire.
Ma quando Elena provò ad alzarsi, lui rimase incollato alla sua gamba.
Teresa si asciugò gli occhi con il dorso della mano.
«Ti preparo i documenti.»
Elena la indicò.
«Non cominciare.»
«Non sto dicendo niente.»
«Hai quella faccia.»
«Quale faccia?»
«Quella da “te l’avevo detto”.»
Teresa sorrise.
«Non serve dirlo.»
La notizia fece il giro del quartiere prima ancora che Elena arrivasse a casa.
Non per internet.
Alla vecchia maniera.
Il bottegaio lo disse alla moglie.
La moglie lo disse alla sorella.
La sorella lo disse alla parrucchiera.
Alle cinque del pomeriggio una vicina bussò alla porta di Elena con due ciotole.
«Erano del cane di mio figlio. Sono ancora buone.»
Mezz’ora dopo arrivò il pensionato del terzo piano con una vecchia coperta.
«Lavata ieri.»
Poi il fruttivendolo.
«Io non ho niente per cani, però volevo vederlo.»
Argo osservava tutte quelle persone dalla soglia del corridoio.
Diffidente.
Elena mise le mani sui fianchi.
«Avete finito? Sembra che abbia partorito.»
Risero.
Quella sera Argo non volle dormire nella cuccia.
Elena l’aveva sistemata in salotto.
Dentro aveva messo la coperta.
Un cuscino.
Perfino un vecchio maglione di Carlo che aveva trovato in un cassetto.
Alle undici spense la luce.
«Buonanotte.»
Andò in camera.
Dopo tre minuti sentì passi nel corridoio.
Argo comparve sulla porta.
«No.»
Lui rimase fermo.
«La tua cuccia è di là.»
Argo non si mosse.
Elena sospirò.
«Non sali sul letto.»
Argo si sdraiò sul pavimento accanto alla porta.
Elena lo guardò.
Per qualche motivo le venne un nodo alla gola.
«Hai paura che sparisca, eh?»
Argo appoggiò il muso sulle zampe.
Elena spense la lampada.
«Dormiamo. Domani siamo ancora qui.»
La mattina successiva si svegliò alle sei e quaranta.
Argo era nello stesso punto.
Quando lei aprì gli occhi, la coda batté una volta sul pavimento.
Poi due.
Poi diventò incontenibile.
Elena rise.
«Sono ancora qui, scemo.»
Le prime settimane non furono facili.
Quando Elena usciva, Argo piangeva.
La prima volta che andò al supermercato, una vicina la chiamò dopo dieci minuti.
«Elena, il cane ti cerca.»
Lei tornò di corsa.
Teresa la fermò.
«Non puoi tornare ogni volta.»
«E cosa faccio?»
«Gli insegni che torni.»
Poco alla volta cominciarono.
Cinque minuti.
Poi dieci.
Poi venti.
Elena usciva.
Argo aspettava.
Elena tornava.
Sempre.
Ogni volta.
Questo era il punto.
Non servivano grandi discorsi.
Serviva ripetere la stessa promessa attraverso i fatti.
Esco.
Ma torno.
La prima volta che Argo riuscì a rimanere solo per un’ora senza piangere, Elena telefonò a Teresa.
«Ce l’abbiamo fatta.»
«Bravi.»
Elena si fermò.
«Hai detto “bravi”.»
«Sì.»
«Non “bravo”.»
Teresa sorrise dall’altra parte del telefono.
«Perché state imparando tutti e due.»
Aveva ragione.
Argo imparava che le persone potevano tornare.
Elena imparava che amare qualcuno non significava necessariamente prepararsi a perderlo.
I figli reagirono in modo diverso.
La figlia fu entusiasta.
Il figlio meno.
«Mamma, un cane è un impegno.»
«Ho cresciuto te. Credo di poter gestire un cane.»
«Ma se vuoi viaggiare?»
«Non viaggio.»
«Se stai male?»
«Se sto male ti telefono, così finalmente vieni a trovarmi.»
Il figlio sospirò.
La domenica successiva arrivò per pranzo.
Con sua moglie e i due ragazzi.
Argo si nascose dietro Elena.
«Non ha paura», disse il figlio.
«Ha memoria.»
Quella frase lo fece tacere.
Il pranzo sembrava uno di quelli di vent’anni prima.
Lasagne.
Polpettone.
Patate.
Troppo cibo, naturalmente.
Nessuna madre italiana sopra i sessanta ha mai cucinato una quantità normale per un pranzo domenicale.
Argo rimase vicino alla sedia di Elena.
Ogni tanto controllava che fosse ancora lì.
A metà pranzo il figlio abbassò una mano e lo accarezzò.
Argo si irrigidì.
Poi lentamente rilassò il corpo.
«È proprio appiccicato a te.»
Elena sorrise.
«Siamo in due.»
Dopo pranzo i nipoti aiutarono a sparecchiare.
Il figlio rimase in cucina.
«Mamma.»
«Dimmi.»
«Sei diversa.»
Elena continuò a mettere piatti nella lavastoviglie.
«In peggio?»
«No.»
Silenzio.
«Da quando è morto papà…»
Elena si fermò.
Nella loro famiglia quelle parole venivano pronunciate poco.
Non perché Carlo fosse stato dimenticato.
Al contrario.
Certe assenze diventano così grandi che tutti imparano a camminarci intorno.
«Che cosa?»
«Sembrava sempre che stessi aspettando qualcosa.»
«Aspettando cosa?»
«Non lo so. Che finisse la giornata, forse.»
Elena guardò Argo.
Era sdraiato sulla porta della cucina.
Occhi mezzi chiusi.
Ma attenti a lei.
«Forse era così.»
Il figlio si avvicinò.
«Papà sarebbe contento.»
Elena sentì arrivare le lacrime e lo minacciò con il mestolo.
«Se mi fai piangere davanti alle lasagne avanzate ti tolgo dal testamento.»
Risero entrambi.
Argo alzò la testa e mosse la coda.
Passarono i mesi.
Nel quartiere Argo diventò una presenza fissa.
Il fornaio gli teneva da parte un piccolo biscotto senza zucchero.
Il pensionato lo aspettava sulla panchina.
La maestra in pensione gli parlava come a un alunno.
«Oggi sei più educato di quelli che avevo in terza B.»
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