Marco guardò Nocciola.
«E se prendono lei?»
«Ci è già capitato che qualcuno chiedesse informazioni.»
«E Bruno?»
«Rimane.»
«Avete provato a separarli.»
La donna abbassò lo sguardo.
«Sì.»
«Che è successo?»
«Nocciola ha smesso di mangiare.»
Marco serrò leggermente la mascella.
«E lui?»
«Peggio, secondo me.»
«Perché?»
«Perché non faceva niente.»
Marco la fissò.
«Niente?»
«Niente.»
La donna indicò Bruno.
«Stava davanti alla porta.»
«Abbaiava?»
«No.»
«Piangeva?»
«No.»
«Mangiava?»
«Poco.»
«E cosa faceva?»
«Aspettava.»
Una parola sola.
Marco abbassò gli occhi.
Aspettava.
Conosceva quella cosa.
Lui aveva aspettato per mesi che Anna tornasse dall’ospedale, anche quando i medici avevano iniziato a usare parole prudenti.
Situazione delicata.
Dobbiamo vedere.
Prepariamoci.
Marco non si era preparato a niente.
Aveva continuato a lasciare la sua tazza sulla destra e quella di Anna sulla sinistra.
Aveva continuato a comprare due panini dal forno.
Aveva continuato a sistemare il cuscino dalla sua parte del letto.
Anche quando era rimasto solo.
Aspettare non è sempre sperare.
A volte è semplicemente non essere ancora capaci di accettare l’assenza.
Marco si avvicinò al box.
Nocciola si ritrasse immediatamente.
Bruno spostò il peso sulle zampe anteriori.
Nessun ringhio.
Solo mezzo passo.
Sufficiente.
Marco si fermò.
«Hai capito tutto, eh?»
Bruno mosse appena un orecchio.
Marco si accovacciò.
Le ginocchia protestarono.
«Cinquantanove anni», borbottò. «Una volta facevo questo senza fare rumore.»
L’operatrice sorrise appena.
«Vuole entrare?»
Marco alzò lo sguardo.
«Posso?»
«Con calma.»
Aprirono il cancello.
Marco non si mosse subito.
Aspettò.
Poi entrò.
Un passo.
Due.
Nocciola si immobilizzò.
Bruno si spostò.
Non verso Marco.
Di traverso.
Si mise ancora una volta tra lui e lei.
Marco rimase in piedi.
«Va bene.»
Si abbassò lentamente su un ginocchio.
Non allungò la mano.
Non chiamò i cani.
Non fece quei versi che facevano tutti quando volevano convincere un animale ad avvicinarsi.
Stette lì.
Basta.
Passarono forse dieci secondi.
Forse trenta.
Nel corridoio, intanto, continuava il caos.
Cancelli.
Abbai.
Passi.
Ma dentro quel box sembrava esserci un’altra aria.
Nocciola respirava in fretta.
Bruno la sentì.
Marco lo vide.
Il cane grande girò appena la testa.
Abbassò il muso.
E per meno di un secondo appoggiò il mento sulla schiena di Nocciola.
Un gesto minuscolo.
Quasi niente.
Ma il tremore diminuì.
Marco sentì qualcosa stringergli lo stomaco.
Non fu compassione.
O almeno non soltanto.
Fu riconoscimento.
Aveva già visto quel gesto.
Non in un cane.
In sua madre.
Era il 1978.
Marco aveva undici anni.
Suo padre era rimasto senza lavoro per mesi e in casa si contavano le mille lire.
Sua madre, Lucia, aveva cominciato a pulire scale e cucine senza dirlo a nessuno.
In paese bisognava mantenere la bella figura.
Sempre.
Camicia stirata la domenica.
Scarpe lucidate.
Tavola apparecchiata anche se dentro il frigorifero c’era poco.
«I problemi nostri restano dentro casa», diceva suo padre.
Una sera Marco aveva sentito i genitori discutere.
Soldi.
Debiti.
Bollette.
Parole che un bambino non dovrebbe capire e invece capisce benissimo.
Si era messo a piangere in silenzio nel letto.
Suo fratello maggiore, Paolo, aveva quindici anni.
Non gli aveva fatto domande.
Si era semplicemente sdraiato sul bordo del materasso e gli aveva appoggiato una mano sulla schiena.
Proprio lì.
Un gesto breve.
Uguale.
«Ci sono io», aveva detto.
Niente altro.
Paolo.
Marco non gli parlava da quasi due anni.
Una storia stupida.
Come quasi tutte le storie che riescono a dividere due fratelli che si vogliono bene.
Dopo la morte della madre avevano dovuto decidere cosa fare della vecchia casa al paese.
Paolo voleva venderla.
Marco no.
«È casa di mamma.»
«Mamma non c’è più.»
Quella frase aveva acceso tutto.
Avevano gridato.
Si erano detti cose vecchie di quarant’anni.
Favoritismi.
Sacrifici.
Chi aveva aiutato di più.
Chi era stato presente.
Chi era scappato a lavorare lontano.
Alla fine la casa era rimasta chiusa.
E anche loro.
Due fratelli di quasi sessant’anni ridotti a salutarsi ai funerali degli altri.
Marco guardò Bruno.
«Ci sono io.»
La frase gli attraversò la testa come se qualcuno l’avesse pronunciata accanto a lui.
Nocciola aveva smesso quasi completamente di tremare.
Marco si sedette sul pavimento.
I pantaloni da lavoro si sporcarono.
Non gli importò.
«Da quanto sono così?» chiese.
«Dal primo giorno che li abbiamo messi insieme.»
«E lui fa sempre quello?»
«Quale cosa?»
Marco indicò il muso appoggiato alla schiena.
«Quella.»
La donna sorrise amaramente.
«Quando lei ha paura.»
Marco passò una mano sul volto.
«E la gente non lo nota?»
«Qualcuno sì.»
«E poi?»
«Poi chiede quale dei due è più giovane.»
Marco annuì.
«Quale costa meno mantenere.»
«Già.»
«Quale sporca meno.»
«Anche.»
«Quale può stare solo più ore.»
La donna sollevò le sopracciglia.
«Lei conosce bene le domande.»
Marco fece un mezzo sorriso.
«Conosco la gente.»
Non lo disse con cattiveria.
A cinquantanove anni non aveva più voglia di giudicare troppo.
Aveva visto brave persone fare scelte egoiste.
E persone considerate difficili fare gesti enormi senza raccontarlo a nessuno.
La vita, dopo una certa età, smette di essere bianca e nera.
Diventa una tovaglia vecchia.
Macchie.
Toppe.
Zone scolorite.
Ma continui a usarla perché è la tua.
Marco si alzò.
Bruno lo seguì con gli occhi.
«Va bene.»
L’operatrice pensò che avesse deciso di tornare al numero 14.
«Vado a prepararle il cane che aveva scelto.»
Marco si voltò.
«No.»
La donna si fermò.
«Come no?»
Marco indicò il box.
«Prendo loro.»
«Uno dei due?»
Marco quasi si infastidì.
«Secondo lei?»
L’operatrice lo fissò.
«Entrambi?»
«Entrambi.»
«Signor…»
«Marco.»
«Marco, due cani significa due visite, due ciotole, più cibo, più spese. E Nocciola potrebbe aver bisogno di tempo. Molto tempo.»
«Ho tempo.»
La frase uscì prima che riuscisse a pensarla.
Aveva tempo.
Era una cosa che per anni aveva considerato quasi una condanna.
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