La sera, Marco preparò due ciotole.
Nocciola non mangiò subito.
Bruno sì.
Poi si fermò.
La guardò.
Aspettò.
Nocciola fece un passo.
Poi un altro.
Cominciò a mangiare.
Marco era seduto al tavolo.
Davanti aveva un piatto di pasta riscaldata.
Per la prima volta da anni non accese la televisione per avere una voce in casa.
Non ne aveva bisogno.
La domenica arrivò presto.
Troppo presto per uno che non cucinava seriamente da anni.
Marco si alzò alle sette.
Alle otto aveva già litigato con la besciamella.
Alle nove chiamò Teresa.
«Quanta farina ci va?»
«In cosa?»
«Nella besciamella.»
«Stai male?»
«Teresa.»
«Chi viene a pranzo?»
«Paolo.»
Silenzio.
«Quale Paolo?»
Marco guardò il telefono.
«Quanti fratelli Paolo abbiamo?»
«Vengo alle undici.»
«Non ti ho invitata.»
«Appunto. Vengo prima.»
Alle dodici e venti il campanello suonò.
Marco si pulì le mani sul grembiule di Anna, che aveva trovato appeso dietro una porta.
Aprì.
Paolo era lì.
Sessantatré anni.
Più magro.
Capelli quasi bianchi.
In mano aveva una bottiglia di vino e un sacchetto del forno.
I due fratelli si guardarono.
Non si abbracciarono.
Erano uomini della loro generazione.
Per loro un abbraccio poteva richiedere una preparazione amministrativa.
«Sei invecchiato», disse Marco.
Paolo entrò.
«Tu sei diventato brutto.»
«Eri più simpatico quando non ci parlavamo.»
Poi Bruno comparve in corridoio.
Paolo si fermò.
«Quello è uno?»
Nocciola sbucò dietro.
«E quello è due.»
Marco annuì.
«Bruno e Nocciola.»
Paolo si chinò.
Nocciola arretrò.
Bruno si spostò automaticamente davanti a lei.
Paolo rimase immobile.
Guardò il cane.
Poi guardò Marco.
«Che fa?»
Marco sentì un nodo salire.
«La protegge.»
Paolo non disse nulla.
Bruno abbassò il muso.
Sfiorò Nocciola sulla schiena.
Il tremore cessò.
Paolo impallidì leggermente.
Marco capì.
Se lo ricordava anche lui.
Quel letto.
Quella sera.
La mano sulla schiena.
Il 1978.
Paolo si raddrizzò lentamente.
«Te lo ricordi?»
Marco annuì.
«Sì.»
Teresa uscì dalla cucina con una teglia.
«Se avete deciso di piangere, almeno fatelo dopo che mangiamo. La pasta si asciuga.»
Era il modo della loro famiglia di dire che certe cose facevano troppo male per essere dette direttamente.
Si sedettero.
Le lasagne erano troppo cotte ai bordi.
Il sugo era buono.
Paolo prese due porzioni.
Teresa tre.
Marco finse di non notarlo.
A metà pranzo Paolo posò la forchetta.
«Per la casa di mamma…»
Marco lo interruppe.
«Lo so.»
«Fammi finire.»
Marco tacque.
Paolo guardò la tovaglia.
«Non volevo venderla perché non mi importava.»
Marco sentì la vecchia rabbia muoversi.
Ma rimase zitto.
«Volevo venderla perché ogni volta che entravo lì dentro mi sembrava di sentirla chiamarmi dalla cucina.»
Teresa abbassò gli occhi.
Paolo continuò.
«E io non ce la facevo.»
Marco guardò suo fratello.
Per due anni aveva costruito nella propria testa una versione semplice.
Paolo era quello freddo.
Paolo voleva i soldi.
Paolo voleva cancellare tutto.
Era più facile odiare una persona quando la riduci a una sola motivazione.
«Potevi dirmelo», disse Marco.
Paolo sorrise amaramente.
«Anche tu potevi chiedermelo.»
Silenzio.
Poi Teresa sbatté il palmo sul tavolo.
«Avete sessanta anni tutti e due.»
«Io cinquantanove», disse Marco.
«Peggio. Hai ancora tempo per diventare intelligente.»
Paolo rise.
Marco anche.
Sotto il tavolo, Nocciola dormiva.
Bruno era sdraiato vicino.
Non sopra.
Non attaccato.
Semplicemente abbastanza vicino.
Marco guardò i due cani.
Era entrato in quel canile convinto di sapere esattamente cosa gli serviva.
Un cane giovane.
Semplice.
Sicuro.
Aveva passato una vita intera così.
Scegliendo ciò che sembrava più gestibile.
Tenendo le emozioni complicate fuori dalla porta.
Facendo bella figura.
Dicendo «sto bene».
Nascondendo i debiti da ragazzo.
Il dolore da adulto.
La solitudine da vedovo.
La rabbia da fratello.
E poi erano arrivati due cani che neppure si conoscevano.
Due animali senza una storia comune.
Senza lo stesso sangue.
Senza una ragione logica per scegliersi.
Eppure uno aveva visto l’altro tremare e, senza chiedere niente, aveva deciso una cosa semplicissima.
Non ti lascio solo.
Forse il destino non è una mano invisibile che sposta le persone come pedine.
Forse è soltanto quel momento in cui qualcosa di piccolo ti costringe a vedere ciò che avevi davanti da anni.
Una telefonata che non facevi.
Una porta che non aprivi.
Un fratello che avevi trasformato in nemico.
Una casa che era diventata più importante delle persone che l’avevano abitata.
Dopo pranzo, Paolo aiutò Marco a sparecchiare.
«La casa di mamma possiamo anche non venderla subito.»
Marco mise un piatto nel lavello.
«Possiamo sistemare il tetto.»
«Costa.»
«Dividiamo.»
Paolo annuì.
«E magari qualche domenica andiamo là.»
Marco si voltò.
«Tutti?»
«Tutti.»
Teresa dalla sala gridò:
«Io porto da mangiare, perché se cucina Marco moriamo.»
«Hai mangiato tre porzioni!» urlò lui.
«Per educazione!»
I fratelli risero.
Fuori, nel piccolo cortile, Bruno si sdraiò al sole.
Nocciola esitò sulla soglia.
Marco non la chiamò.
Aveva imparato qualcosa.
Non tutto ciò che ami va tirato verso di te.
A volte devi soltanto lasciare aperta la porta.
Bruno si alzò.
Fece due passi nel cortile.
Si voltò.
Nocciola lo guardò.
Poi uscì.
Marco appoggiò la spalla allo stipite.
Paolo arrivò accanto a lui.
Rimasero lì senza parlare.
Come quando erano ragazzi.
Come prima delle case.
Dei soldi.
Dei lutti.
Delle cose dette male.
Nocciola si sdraiò vicino a Bruno.
Questa volta, però, non tremava.
Marco respirò profondamente.
Era entrato al canile convinto di salvare un cane.
Ne aveva portati a casa due.
E solo dopo aveva capito che, forse, quella mattina non era stato lui a trovare loro.
Forse erano stati Bruno e Nocciola, senza saperlo, a trovare il punto preciso in cui la sua vita si era fermata.
E a rimetterla lentamente in movimento.





