Tempo la sera.
Tempo la domenica.
Tempo a Natale quando i figli ripartivano.
Tempo dopo cena quando la cucina diventava silenziosa.
Adesso, per la prima volta, sembrava quasi qualcosa da offrire.
L’operatrice continuò.
«Bruno è tranquillo, ma è molto vigile. Dovrà adattarsi.»
«Anch’io.»
«Nocciola probabilmente all’inizio avrà paura di tutto.»
«Anch’io ho avuto paura di tutto.»
La donna lo guardò.
Marco tossì.
«Quando ero più giovane.»
«Certo.»
«Non faccia quella faccia.»
Lei sorrise.
«Quale faccia?»
«Quella da persona che non mi crede.»
Risero entrambi.
Fu una risata piccola.
Ma a Marco sembrò strano sentirsi ridere in un posto dove era entrato con lo stomaco chiuso.
La donna tornò seria.
«Devo parlare con il responsabile.»
«Parli.»
«Non posso prometterle niente.»
«Non le ho chiesto promesse.»
Marco uscì dal box.
Poi si girò.
Bruno era rimasto in piedi.
Nocciola dietro.
«Però una cosa gliela dico.»
«Cosa?»
«Se escono da qui, escono insieme.»
La donna lo studiò per qualche secondo.
«Va bene.»
Le pratiche durarono quasi un’ora.
Più lunghe di quanto Marco avesse previsto.
Domande.
Documenti.
Controlli.
Spiegazioni.
Marco rispondeva senza spazientirsi.
Casa al piano terra.
Piccolo cortile recintato.
Zona tranquilla.
Un vecchio orto dietro il garage.
Nessun altro animale.
Figli adulti.
Tempo disponibile.
A un certo punto il responsabile gli chiese:
«Lei era venuto per un altro cane.»
«Sì.»
«Perché ha cambiato idea?»
Marco guardò attraverso il vetro della porta.
Bruno e Nocciola erano visibili in fondo al corridoio.
«Perché quello che avevo scelto io mi piaceva.»
Il responsabile aspettò.
«E questi?»
Marco strinse le labbra.
«Questi due hanno scelto loro.»
«Lei?»
«No.»
Marco indicò i cani.
«Si sono scelti tra loro.»
Firmò.
Quando uscirono, Nocciola camminava come se il pavimento potesse sparire sotto le zampe.
Bruno le stava accanto.
Non davanti.
Non dietro.
Accanto.
Marco aveva parcheggiato il suo vecchio furgoncino poco distante.
Aprì il portellone posteriore.
Aveva messo una coperta pesante.
Quella che Anna usava anni prima per coprire i sedili quando tornavano dalla campagna.
Per un attimo Marco si pentì di averla presa.
Aveva ancora un odore vago di casa chiusa.
Polvere.
Lavanda.
Forse solo memoria.
Nocciola si fermò davanti al furgone.
Bruno guardò dentro.
Poi guardò lei.
Fece il primo passo.
Salì.
Nocciola aspettò.
Marco non la tirò.
Non chiamò.
Bruno si voltò.
Nocciola lo guardò.
Poi salì anche lei.
Marco chiuse piano.
Entrò al posto di guida.
Accese il motore.
Per qualche secondo non partì.
Guardava il volante.
«Anna», disse sottovoce, «stavolta ne ho combinata una grossa.»
Dal retro arrivò un piccolo rumore.
Marco guardò nello specchietto.
Bruno era seduto.
Nocciola accanto.
«Sì, sì. Lo so. Due.»
Partì.
Al primo semaforo si voltò di nuovo.
Nocciola si era sdraiata.
Non dormiva ancora.
Bruno guardava fuori dal finestrino.
Ogni tanto abbassava il muso verso di lei.
Marco prese il telefono dal cruscotto.
Lo guardò.
Poi lo rimise giù.
Al secondo semaforo lo riprese.
Cercò un nome.
Paolo.
Il numero era ancora salvato.
Naturalmente.
Certe persone puoi cancellarle dalla tua domenica.
Non dalla rubrica.
Marco premette il tasto di chiamata.
Squillò una volta.
Due.
Tre.
«Pronto?»
La voce di suo fratello era più vecchia di come la ricordava.
Marco non disse niente.
«Pronto?»
«Sono io.»
Silenzio.
«Lo vedo.»
Altro silenzio.
Marco quasi chiuse.
Poi nello specchietto vide Bruno abbassare la testa verso Nocciola.
«Domenica che fai?»
Paolo non rispose immediatamente.
«Perché?»
Marco strinse il volante.
«Ho due cani nuovi.»
«Due?»
«Non cominciare.»
Paolo fece un suono che assomigliava a una risata.
Marco non lo sentiva da anni.
«E cosa c’entro io?»
«Niente.»
«Marco.»
«Vieni a pranzo.»
Silenzio.
Marco sentì il motore.
Il tic dell’indicatore.
Il respiro dei cani.
«A casa tua?»
«No, al palazzo comunale. Certo che a casa mia.»
«Ci sarà tua figlia?»
«Forse.»
«E Teresa?»
«Se la invito, sì.»
Paolo sospirò.
«E la casa di mamma?»
Marco chiuse gli occhi un istante.
Eccola.
La vecchia ferita.
Sempre lì.
«Domenica non vendiamo case.»
«E allora?»
«Mangiamo.»
Paolo rimase zitto.
Marco continuò.
«Faccio le lasagne come le faceva Anna.»
«Tu non sai fare le lasagne.»
«Appunto. Così avrai qualcosa di cui lamentarti.»
Questa volta Paolo rise davvero.
Poco.
Ma rise.
«Va bene.»
Marco quasi non capì.
«Cosa?»
«Va bene. Vengo.»
La chiamata terminò.
Marco rimase fermo per qualche secondo nonostante il semaforo fosse diventato verde.
Una macchina dietro suonò.
«Arrivo!»
Partì borbottando.
«Sempre di fretta.»
Quando arrivarono nella sua via, la prima persona a notarli fu la signora Lidia del secondo piano.
Settantadue anni.
Capelli sempre perfetti.
Grembiule anche quando non cucinava.
Una donna capace di sapere chi era entrato in farmacia prima ancora che il farmacista lo raccontasse.
Marco aveva appena aperto il portellone quando sentì la finestra sopra di lui.
«Marco!»
Lui alzò la testa.
«Che c’è?»
«Sono cani quelli?»
Marco guardò Bruno e Nocciola.
Poi la finestra.
«No, Lidia. Sono due capre.»
«Spiritoso.»
Cinque minuti dopo Lidia era giù.
Dieci minuti dopo era arrivato Sergio, pensionato delle ferrovie del palazzo accanto.
Quindici minuti dopo la notizia aveva percorso metà strada.
«Marco ha preso due cani.»
«Due?»
«Due insieme.»
«Perché?»
«Pare non si possano separare.»
«Poverini.»
«Ma sono buoni?»
«Quello scuro mi sembra serio.»
«Serio come?»
«Serio.»
Nel quartiere funzionava così.
Nessun gruppo digitale poteva competere con tre pensionati affacciati alla stessa strada.
Marco si sarebbe infastidito.
Una volta.
Quel giorno no.
Sergio gli portò una vecchia ciotola d’acciaio.
«Era di Argo.»
Il suo cane era morto cinque anni prima.
Marco guardò la ciotola.
«Sei sicuro?»
Sergio si strinse nelle spalle.
«A stare in cantina non serve a nessuno.»
Lidia tornò con due coperte.
«Queste puoi rovinarle.»
«Grazie.»
«Quelle belle non te le darei mai.»
«Questo sì che è affetto.»
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