Carlo non dimenticò quella frase.
Quando Via cominciò a camminare meglio, Carlo prese l’abitudine di accompagnarlo la sera lungo le vie del quartiere.
Il cane zoppicava.
Sempre.
La zampa posteriore destra non avrebbe mai recuperato completamente.
Quando provava a correre aveva un’andatura storta, quasi buffa.
Carlo diceva:
«Sei storto come me.»
Via lo guardava.
La gente ormai li conosceva.
La signora del forno usciva con un pezzo di focaccia senza sale.
Il pensionato del primo piano teneva da parte qualche biscotto per cani.
I bambini lo salutavano da lontano.
Ma soprattutto gli anziani si fermavano.
Forse perché gli anziani riconoscono le creature un po’ rotte.
Un uomo rimasto vedovo raccontò a Carlo che non riusciva più a entrare nella camera della moglie.
Una signora gli disse che suo figlio viveva lontano e telefonava troppo poco.
Gino, quello del bar, confessò che dopo la pensione aveva passato mesi senza sapere perché alzarsi al mattino.
Carlo, che non aveva mai avuto pazienza per le confidenze, iniziò ad ascoltare.
Non dava consigli.
Diceva soltanto:
«Capisco.»
A volte bastava.
Un anno dopo, insieme al barista e al titolare del negozio di animali, mise una piccola scatola sul bancone.
Questa volta il cartello diceva:
PER CHI SI FERMA.
I soldi venivano usati per animali trovati feriti o per persone anziane del quartiere che avevano difficoltà a pagare cure veterinarie ai loro compagni.
Nessuna associazione.
Nessuna fotografia sui giornali.
Nessun nome importante.
Solo ricevute conservate in una cartellina e qualche decina di persone che mettevano ciò che potevano.
Due euro.
Cinque.
Venti.
Una volta Carlo trovò dentro una busta con cento euro.
Sopra c’era scritto:
“Perché anni fa qualcuno si è fermato anche per me.”
Non seppe mai chi l’avesse lasciata.
Via, intanto, diventava inseparabile da lui.
Quando Carlo rientrava dalla fabbrica, il cane sentiva il rumore del furgoncino prima ancora che parcheggiasse.
Aspettava davanti alla porta.
Carlo entrava.
«Fammi almeno togliere le scarpe.»
Via gli girava intorno.
«Cinque minuti.»
Il cane non conosceva i cinque minuti.
La sera finiva sempre allo stesso modo.
Carlo sul vecchio divano marrone.
Televisore acceso a volume basso.
Una gamba distesa.
Via che saliva accanto a lui.
Il fianco operato dell’animale finiva quasi sempre contro la cicatrice sulla gamba destra di Carlo.
Come se cercasse esattamente quel punto.
Carlo posava la mano sulla vecchia ferita dell’anca.
Via girava la testa.
Gli leccava lentamente la cicatrice sul palmo.
Una volta.
Poi si sistemava.
Anna li vide fare per la prima volta una sera d’inverno.
Era arrivata con una pentola di minestra.
Si fermò sulla porta del soggiorno.
Non disse niente.
Carlo aveva gli occhi chiusi.
Via respirava profondamente.
La mano piena di cicatrici dell’uomo era appoggiata sul fianco dove il pelo del cane era ricresciuto più sottile.
Anna rimase lì quasi un minuto.
Poi tornò piano in cucina.
Più tardi disse:
«Sai cosa sembrate?»
Carlo alzò gli occhi.
«No.»
«Due vecchi testardi che continuano a controllarsi le ferite.»
Carlo sorrise.
«Lui non è vecchio.»
«Il vecchio sei tu.»
«Grazie.»
Anna gli mise davanti il piatto.
Poi diventò seria.
«Però una cosa la penso davvero.»
Carlo aspettò.
«Quella strada non ha vinto.»
Carlo smise di sorridere.
Guardò Via.
Per anni aveva pensato che certe sconfitte fossero definitive.
La morte dei genitori.
Il matrimonio finito.
Il silenzio con sua sorella.
Le domeniche passate da solo.
La sensazione, sempre più forte, che la vita vera fosse già successa e che tutto ciò che restava fosse soltanto lavoro, bollette, controlli medici e compleanni che arrivavano troppo velocemente.
Gli uomini della sua generazione parlavano spesso così.
“Ormai.”
Ormai sono vecchio.
Ormai i figli hanno la loro vita.
Ormai che vuoi cambiare?
Ormai è tardi.
Carlo aveva detto “ormai” tante volte senza accorgersene.
Via non conosceva quella parola.
Aveva un’anca rotta.
Camminava male.
Aveva passato ore sull’asfalto mentre le macchine lo evitavano.
Eppure ogni mattina si alzava come se fosse il giorno migliore del mondo.
Ogni volta che Carlo prendeva il guinzaglio impazziva di gioia.
Ogni domenica, quando sentiva l’ascensore fermarsi al piano, correva zoppicando verso la porta perché sapeva che probabilmente stava arrivando Anna con qualcosa da mangiare.
Per Via non era mai “ormai”.
Era sempre “adesso”.
Gli anni passarono.
La moto venne riparata.
Carlo continuò a usarla, ma per molto tempo evitò quella provinciale.
Poteva fare un giro più lungo.
Dieci minuti in più.
Non importava.
Poi un sabato mattina, quasi tre anni dopo l’incidente, si trovò davanti al bivio.
A sinistra, la strada alternativa.
A destra, quella vecchia provinciale.
Carlo rallentò.
Guardò il cartello.
Per un attimo sentì di nuovo l’asfalto sotto il palmo.
Il rumore del metallo.
La ghiaia nella ferita.
Gli occhi di Via in mezzo alla strada.
Avrebbe potuto girare.
Nessuno lo avrebbe saputo.
Invece andò diritto.
Quando arrivò vicino al punto dell’incidente, riconobbe il campo.
La curva.
Una casa con un cancello verde.
Il fosso dove era finito il casco.
Carlo non si fermò.
Non voleva trasformare quel luogo in un santuario.
Non voleva regalargli tanto potere.
Tolse soltanto per un secondo la mano destra dal manubrio.
Toccò il petto.
Poi continuò.
A casa, Via dormiva sul divano.
Quando Carlo aprì la porta, il cane alzò immediatamente la testa.
La coda batté due volte contro il cuscino.
«Sono tornato.»
Via si alzò lentamente.
Carlo lasciò le chiavi.
Si tolse gli stivali.
Si sedette.
Il cane salì accanto a lui e sistemò, come ogni sera, il fianco segnato contro la vecchia cicatrice sulla gamba.
Carlo appoggiò la mano sull’anca.
Via girò il muso.
Una sola leccata sulla cicatrice del palmo.
Lenta.
Precisa.
Poi rimasero immobili.
Dal balcone entravano le voci del quartiere.
Qualcuno apparecchiava per cena.
Una donna chiamava il marito dalla finestra.
Due anziani discutevano sul marciapiede.
Dal piano di sotto arrivava l’odore del sugo.
La vita normale.
Quella che per anni Carlo aveva creduto non avesse più niente da offrirgli.
Guardò le fotografie appese al muro.
Sua madre.
Suo padre.
Anna da ragazza.
Un pranzo recente con sei persone strette intorno al tavolo.
E al centro, quasi invisibile sotto la tovaglia, la testa di Via che aspettava qualcosa da mangiare.
Carlo abbassò gli occhi verso il cane.
Aveva sempre raccontato di averlo salvato.
La verità era più complicata.
Su quella provinciale c’erano due creature ferite.
Una perdeva sangue sull’asfalto.
L’altra continuava a camminare da anni fingendo di non avere niente.
La prima aveva bisogno che qualcuno si fermasse.
La seconda aveva bisogno di imparare a fermarsi.
E alla fine, in mezzo a una strada dove quasi tutti avevano tirato diritto, si erano trovati esattamente nello stesso momento.





