Il cane aspettava ogni giorno davanti al cimitero, ma una vedova capì finalmente chi stava cercando davvero

Diffidente.

Con una cicatrice a mezzaluna sul muso.

Carlo era andato a vederlo cinque volte prima di portarlo via.

Le prime quattro non aveva nemmeno provato ad accarezzarlo.

Portava una sedia, si sedeva davanti al recinto e leggeva il giornale ad alta voce.

Il quinto giorno Tito gli si era avvicinato.

Aveva appoggiato l’orecchio piegato contro la rete, vicino al ginocchio di Carlo.

Una volontaria aveva scritto sulla scheda:

“È stato il cane a scegliere lui.”

Da allora, la loro vita era diventata una serie di abitudini precise.

Passeggiata alle sei e mezza.

Colazione.

Mercato il martedì.

Sedia davanti al portone dopo cena.

Carlo parlava poco con gli uomini.

Con Tito parlava sempre.

Quando ebbe il malore, cadde in cucina.

Tito abbaiò finché una vicina non chiamò aiuto.

Quando entrarono, lo trovarono sdraiato accanto a Carlo.

Carlo morì quella sera in ospedale.

Sul modulo dell’affitto risultava il numero di un cugino.

Ma il cugino era morto l’anno prima.

Nell’attesa di capire cosa fare, Tito venne lasciato a un vicino.

Un brav’uomo.

Ma lavorava fuori casa quasi tutto il giorno.

La mattina del funerale, Tito trovò un buco nella recinzione del cortile.

Scappò.

Raggiunse il palazzo proprio mentre partivano le auto.

E le seguì.

Più di tre chilometri.

Una piccola mancanza di comunicazione tra persone era diventata un’attesa di novantatré giorni.

Quando Anna mi raccontò questa parte, pensai subito a quanto spesso succede anche a noi anziani.

All’inizio, quando muore qualcuno, tutti chiamano.

Arrivano lasagne.

Torte salate.

«Qualunque cosa ti serva.»

«Non rimanere sola.»

«Passiamo domenica.»

Poi la vita degli altri riparte.

Ed è giusto così.

Solo che la tua no.

Dopo Aldo, per settimane avevo continuato a svegliarmi alle sei e un quarto.

Era la sua ora.

Una mattina avevo preparato due tazzine.

Me ne ero accorta soltanto quando il caffè era già pronto.

Avevo guardato quella tazzina vuota e mi ero messa a piangere come una bambina.

La gente crede che il dolore viva davanti alle tombe.

Non è vero.

Il dolore vero vive in cucina.

Vive nel supermercato quando stai per prendere lo yogurt che piaceva a lui.

Vive nel letto quando nessuno tira più la coperta dalla propria parte.

Vive nelle domeniche alle dodici e trenta, quando per quarant’anni hai apparecchiato per due e ora devi decidere se valga la pena tirare fuori la tovaglia.

Io e Tito avevamo lo stesso problema.

Continuavamo a vivere secondo un’abitudine costruita per due.

Prima di portarlo definitivamente a casa, lo feci visitare.

Pesava molto meno del dovuto.

Aveva le zampe screpolate.

Una leggera anemia.

Parassiti intestinali.

E una vecchia rigidità all’anca sinistra che peggiorava col freddo.

Niente di irreparabile.

Quando entrai nella stanza dopo la visita, Tito smise immediatamente di fissare la porta.

Le spalle gli si abbassarono.

Quella reazione mi fece paura.

Perché significava che, in così poco tempo, aveva già iniziato ad aspettare anche me.

Firmai come affidataria temporanea.

Non avevo mai avuto un cane.

Vivevo al terzo piano.

Usavo il bastone quando pioveva.

Non ero esattamente il profilo ideale per un animale di quella taglia.

Tito entrò nel mio appartamento alle diciotto e dodici.

Controllò tutto.

Soggiorno.

Cucina.

Camera.

Bagno.

Ripostiglio.

Poi tornò davanti alla porta d’ingresso.

E si sedette.

Misi la coperta di Aldo vicino al termosifone.

Tito la prese tra i denti e la trascinò davanti alla porta.

A mezzanotte era ancora lì.

Alle due e venti mi svegliai.

Tito aveva il naso contro lo stipite.

Non abbaiava.

Non graffiava.

Aspettava.

Mi sedetti accanto a lui con la vestaglia sopra il pigiama.

«Carlo non è dall’altra parte.»

Tito non si mosse.

«E neanche Aldo.»

Mi guardò.

Naturalmente non capiva le parole.

Ma forse capiva che ero seduta sul pavimento con lui e che nessuno dei due riusciva a dormire.

Portai un cuscino in corridoio.

Verso l’alba Tito si sdraiò.

La sua schiena toccò appena il mio fianco.

Io non lo accarezzai.

Non volevo chiedergli niente.

Il suo respiro rallentò.

Anche il mio.

La mattina dopo mangiò in una ciotola blu che avevo comprato al mercatino dell’usato.

Anna mi aveva detto che anche Carlo ne usava una blu.

Dopo colazione Tito si mise davanti alla porta.

Agganciai il guinzaglio rosso.

Uscimmo.

Alla prima curva cercò di trascinarmi verso la fermata dell’autobus che portava al cimitero.

Io girai dall’altra parte.

Tito si fermò.

«Il mercoledì.»

Mi sentii sciocca a spiegarglielo.

«Ci andiamo il mercoledì.»

Indicai casa.

Dopo qualche secondo mi seguì.

Quello fu il nostro primo patto.

Il cimitero avrebbe avuto un giorno.

Gli altri sei dovevano diventare qualcos’altro.

Costruimmo una vita fatta di piccole cose.

Colazione alle sette.

Passeggiata alle otto.

Un’altra dopo pranzo.

La sera lo portava fuori Matteo, il ragazzo del piano di sotto, diciassette anni e l’aria di chi avrebbe preferito morire piuttosto che ammettere di essersi affezionato a un cane.

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