Ogni pomeriggio, intorno alle due, Tito si avvicinava alla porta.
Il mercoledì prendevo il guinzaglio rosso.
Negli altri giorni mettevo su l’acqua per il tè e aspettavo accanto a lui che passasse quell’ora.
Con il tempo, imparò.
E imparai anch’io.
Pietro ci concesse di entrare il mercoledì quando non c’era troppa gente.
Sempre col guinzaglio.
Sempre sotto controllo.
Tito andava prima da Carlo.
Io mettevo un garofano giallo accanto alla lapide.
Poi camminavo sette posti più in là.
«Adesso tocca a me.»
Il primo giorno Tito rimase accanto a Carlo.
Io andai da Aldo da sola.
Misi il secondo garofano nel vasetto di metallo.
E, per la prima volta da quando era morto, cominciai a parlare.
«Ho portato a casa un cane.»
Silenzio.
«Sì, lo so che dicevi che in appartamento i cani fanno odore.»
Mi uscì persino una risata.
«Questo fa meno odore delle tue pantofole, comunque.»
Sentii un rumore dietro di me.
Tito era arrivato.
Annusò la lapide di Aldo.
Poi le mie mani.
Infine si sedette nello spazio tra le due tombe.
Carlo alla sua destra.
Aldo alla sinistra.
Si sdraiò.
Appoggiò il mento sulla mia scarpa.
Era la prima volta che mi toccava per sua scelta.
La storia cominciò a girare nel quartiere.
Non sui giornali.
Non sui telefoni.
Alla vecchia maniera.
Una persona la raccontava a un’altra.
Dal panettiere.
In farmacia.
Al mercato.
Al bar sotto i portici.
Una signora che veniva a trovare la sorella mi fermò.
«È quello del cancello?»
Annuii.
La settimana successiva portò dei biscotti per cani.
Non potevo darglieli per via della dieta, così lasciò un biglietto.
C’era scritto:
“Il gatto di mia sorella ha dormito davanti alla sua camera per mesi.”
Poi arrivarono altre storie.
Un vedovo che continuava a comprare le mele preferite della moglie e le lasciava marcire nella fruttiera.
Una signora di settantacinque anni che non aveva ancora spostato le scarpe del marito dall’ingresso.
Un uomo che apparecchiava ancora due posti la domenica.
Una donna che teneva il vecchio telefono del padre collegato alla corrente perché non sopportava l’idea che si spegnesse per sempre.
Tito non diventò una curiosità.
Diventò una specie di permesso.
Un permesso per dire certe cose senza vergognarsi.
Nel nostro quartiere c’era gente che non si salutava da anni e che cominciò a fermarsi vicino a lui.
Il fruttivendolo mise da parte alcuni pezzi di mela perché Tito li adorava.
Matteo allungò le passeggiate serali senza chiedere nulla.
La signora del secondo piano, che prima si lamentava persino per il rumore dell’ascensore, cominciò a tenere una ciotola d’acqua vicino al portone.
Un pensionato riparò gratuitamente il gancio del guinzaglio.
Una vicina mi accompagnò dal veterinario quando l’anca di Tito peggiorò.
Non era beneficenza.
Era quella solidarietà un po’ ruvida che esiste ancora nei quartieri dove tutti fingono di farsi gli affari propri, ma sanno perfettamente chi non apre le finestre da due giorni.
Intanto aumentavano le richieste per poter entrare al cimitero con gli animali.
E arrivavano anche le proteste.
«Mia moglie ha paura dei cani.»
«Non voglio trovare sporco vicino alla tomba di mio padre.»
«Un cimitero non è un parco.»
Avevano ragione anche loro.
Una storia commovente non rende automaticamente giusta qualsiasi cosa.
Così, quando la commissione del cimitero mi invitò a parlare, non chiesi di spalancare i cancelli a tutti gli animali.
Proposi regole precise.
Registrazione preventiva.
Vaccinazioni in regola.
Guinzaglio corto.
Un cane per persona.
Fasce orarie dedicate.
Percorsi indicati.
Obbligo di raccogliere immediatamente.
Allontanamento di qualsiasi animale agitato.
E alcune ore completamente libere da cani per chi ne aveva paura.
Mi tremavano le mani.
A settantanove anni mi metteva ansia perfino telefonare per cambiare una visita medica.
Figuriamoci parlare davanti a sette persone sedute dietro un tavolo.
Poi guardai Tito.
Per tre mesi lui era rimasto fuori dal loro cancello.
Io potevo restare in quella stanza per dieci minuti.
Uno dei membri mi chiese:
«Ma davvero pensa che un animale capisca che cos’è una tomba?»
Guardai l’orecchio piegato di Tito.
«Non so cosa capisca della morte.»
Mi fermai.
«So che capisce l’assenza. Capisce i luoghi. Capisce gli odori. Capisce le abitudini. E capisce l’attesa.»
Nessuno parlò.
«Gli sono bastate queste cose per rimanere fuori dal cancello novantatré giorni.»
Un’altra persona mi fece una domanda che mi ferì più di quanto volessi ammettere.
«Non crede di usare questo cane per sostituire suo marito?»
«No.»
Risposi senza pensarci.
«Non si sostituiscono quarantotto anni.»
Guardai Tito.
«E nemmeno lui ha sostituito Carlo.»
Mi strinsi le mani.
«Noi non stiamo cancellando nessuno. Ci stiamo semplicemente aiutando a portare ciò che è rimasto.»
La proposta venne approvata in via sperimentale.
Sul regolamento aveva un nome lungo e burocratico.
Nessuno lo usava.
Pietro cominciò a chiamare quelle fasce orarie “l’ora di Tito”.
E così rimasero per tutti.
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