Il vecchio cane aspettò per quattordici giorni, poi una notte riconobbe l’odore che non aveva mai dimenticato

Il signor Franco del quarto piano, che sosteneva da sempre di non sopportare gli animali, lasciò davanti alla porta una coperta.

«Era in garage. La buttavo comunque.»

Anna sorrise.

«Certo.»

Persino la ragazza universitaria del primo piano, che Vittorio chiamava sempre «quella con le cuffie», si fermò a carezzare Nerone.

«Povero nonnino.»

«Il cane o Vittorio?»

La ragazza ci pensò.

«Tutti e due.»

Per qualche giorno, il pianerottolo divenne un piccolo punto di ritrovo.

Non servì molto.

Nessuno fece discorsi.

Ma quando qualcuno usciva, si fermava un minuto.

Una carezza.

Una parola.

Un «ancora niente?».

Anna capì una cosa che aveva dimenticato.

Un quartiere non è fatto dai palazzi.

È fatto dalle persone che si accorgono quando una porta rimane chiusa.

La telefonata arrivò un martedì sera.

Erano quasi le undici.

Anna dormiva sul divano con la televisione accesa a volume basso.

Nerone era davanti alla porta.

Come sempre.

Il telefono vibrò.

Matteo.

«Pronto?»

Dall’altra parte ci fu un silenzio lungo.

«Anna, mi dispiace chiamarti a quest’ora.»

Lei si mise seduta.

«È successo qualcosa?»

«Lo zio…»

La voce dell’uomo si spezzò.

Anna strinse il telefono.

«È ancora vivo?»

«Sì.»

«Allora parla.»

Matteo inspirò.

«Ci hanno detto che potrebbe non superare la notte.»

Anna chiuse gli occhi.

Sul pavimento, Nerone aveva sollevato la testa.

«Ha chiesto di lui.»

Anna guardò il cane.

«Di Nerone?»

«Sì.»

Un altro silenzio.

«Ha detto il suo nome.»

Nerone si alzò.

Non poteva aver capito.

Eppure si alzò.

«Hanno parlato con il responsabile», continuò Matteo. «Faranno un’eccezione.»

Anna era già in piedi.

«Vengo.»

«Posso passare io.»

«Tu resta con tuo zio.»

«È tardi.»

«Matteo, ho sessantadue anni, non centodue.»

Per la prima volta da giorni, lui quasi rise.

«Va bene.»

Anna si infilò pantaloni, maglione e cappotto sopra il pigiama.

Prese le chiavi.

«Nero.»

Il cane la fissò.

«Andiamo dal tuo vecchio.»

Non sapeva se avesse capito le parole.

Ma capì il tono.

Per la prima volta in due settimane, Nerone si allontanò dalla porta senza essere tirato.

Scese le scale troppo in fretta per le sue zampe.

Anna quasi dovette corrergli dietro.

Quando aprì il portone, l’aria fredda della notte entrò nel corridoio.

Nerone si fermò un istante.

Annusò.

Poi raggiunse l’auto.

Durante il tragitto non si sdraiò.

Rimase seduto sul sedile posteriore, con il muso vicino al finestrino.

Anna lo guardava dallo specchietto.

«Ti porto da lui.»

Il cane respirava forte.

«Tu non lo sai, ma ti porto da lui.»

Arrivarono in una struttura sanitaria alla periferia della città.

Niente grandi insegne.

Solo un edificio silenzioso, luci accese a metà, corridoi lunghi e quell’odore pulito e pungente che mette soggezione anche agli adulti.

Una donna li aspettava all’ingresso.

«Lei è la signora Anna?»

«Sì.»

Guardò Nerone.

«È lui?»

«È lui.»

«Dobbiamo andare piano.»

Anna annuì.

«È vecchio anche lui.»

Attraversarono il corridoio.

Nerone sembrava incerto.

Il pavimento lucido gli faceva scivolare leggermente le zampe.

C’erano rumori che non conosceva.

Porte.

Carrelli.

Voci basse.

Macchinari.

All’inizio annusava dappertutto.

Poi accadde qualcosa.

A metà di un corridoio Nerone si bloccò.

Anna sentì il guinzaglio tendersi.

Il cane alzò la testa.

Il muso vibrò.

Una volta.

Due.

Tre.

E improvvisamente tutta la sua vecchia stanchezza sparì.

Cominciò a tirare.

«Piano!»

Nerone tirò ancora più forte.

«Aspetta!»

La donna che li accompagnava si fermò.

Il cane guaì.

Un suono breve.

Quasi incredulo.

Poi girò verso una porta chiusa.

Anna sentì un brivido lungo la schiena.

«È lì?»

La donna guardò il numero della stanza.

Poi Anna.

«Sì.»

Nerone aveva trovato Vittorio prima ancora di vederlo.

Con il naso.

Con la memoria.

Forse con qualcosa che nessuno dei presenti avrebbe saputo spiegare.

La porta si aprì.

Matteo era seduto accanto al letto.

Quando vide Nerone si portò una mano alla bocca.

«Piano», sussurrò.

Il cane non aveva bisogno che glielo dicessero.

Entrò.

Fece due passi.

Poi si fermò.

Sul letto c’era Vittorio.

Sembrava molto più piccolo.

Il volto scavato.

Gli occhi chiusi.

Le mani ferme sopra il lenzuolo.

Sul comodino c’era una lampada bassa.

Nerone rimase immobile.

Per un attimo Anna ebbe paura che non lo riconoscesse.

Poi il cane fece un suono che lei non gli aveva mai sentito.

Non era un abbaio.

Non era un guaito.

Sembrava quasi un lamento umano.

Vittorio mosse le palpebre.

«Zio.»

Matteo si alzò.

«Guarda chi è venuto.»

Gli occhi dell’uomo si aprirono lentamente.

Confusi.

Stanchi.

Poi caddero sul cane.

E qualcosa cambiò nel suo viso.

Non molto.

Un movimento minuscolo.

Ma sufficiente.

«Nero…»

Il cane esplose.

La coda cominciò a muoversi con tutta la forza che gli restava.

Provò ad avvicinarsi al letto.

Anna lo lasciò fare.

Nerone appoggiò le zampe anteriori sul bordo.

Gli scivolarono.

Riprovò.

Matteo lo aiutò a sostenersi.

Il cane infilò il muso contro il fianco di Vittorio.

Annusò.

Inspirò profondamente.

Una volta.

Poi ancora.

Come se volesse recuperare in pochi secondi tutte le ore in cui aveva avuto paura di non sentire mai più quell’odore.

Vittorio mosse la mano.

Lentamente.

Così lentamente che per un attimo sembrò non avrebbe trovato la forza.

Le dita raggiunsero la testa del cane.

Si posarono tra le orecchie.

Nerone si immobilizzò.

Quella mano.

Quella stessa mano.

Migliaia di mattine.

Migliaia di sere.

Sotto il tavolo.

Sul divano.

Prima di dormire.

Dopo una passeggiata.

Dopo la morte di Clara.

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