Quella mano aveva detto più cose di quante Vittorio avesse mai saputo pronunciare.
Adesso tremava.
Ma era lì.
«Sei venuto.»
Le parole uscirono quasi senza voce.
Nerone chiuse gli occhi.
Vittorio cercò di sorridere.
«Pensavo…»
Dovette fermarsi per respirare.
«Pensavo che mi avessi dimenticato.»
Anna si voltò verso la finestra.
Non voleva piangere davanti a tutti.
Matteo invece non si nascose.
Le lacrime gli scesero sulle guance.
«Zio, è stato davanti alla tua porta per due settimane.»
Vittorio girò appena gli occhi verso di lui.
«Due settimane?»
«Ogni giorno.»
Un debole sorriso.
«Testone.»
Nerone spinse la testa più forte sotto quella mano.
Vittorio fece una carezza.
Poi un’altra.
«Come me.»
Nella stanza nessuno parlò per qualche minuto.
Non serviva.
Fuori, nel corridoio, qualcuno passò spingendo un carrello.
Una porta si chiuse.
Da lontano arrivò il rumore di un ascensore.
La vita continuava.
Dentro quella stanza, invece, il tempo sembrava essersi seduto.
Vittorio guardò Anna.
«Grazie.»
Lei fece una smorfia.
«Non fare il sentimentale, che poi mi tocca piangere.»
«Sei già…»
«Zitto.»
Lui sorrise.
Era quasi il Vittorio di sempre.
Quello che scherzava davanti al bar.
Quello che criticava le zucchine troppo care.
Quello che diceva che a ottant’anni avrebbe imparato a usare bene il telefono e poi continuava a chiamare sua nipote premendo numeri a caso.
Anna si avvicinò.
«Tutto il condominio chiede di te.»
«Pure Franco?»
«Lui soprattutto, ma nega.»
«Allora sto proprio male.»
Matteo rise tra le lacrime.
Vittorio lasciò ricadere la testa sul cuscino.
La stanchezza tornò.
La mano però restò sul cane.
«Clara lo adorava.»
Anna annuì.
«Lo so.»
«Diceva che quando uno invecchia deve tenersi vicino qualcuno che non gli chieda di essere diverso.»
Matteo abbassò gli occhi.
Vittorio continuò con fatica.
«Lei parlava del cane.»
Poi guardò il nipote.
«Ma forse non solo.»
Matteo si sedette.
Tra loro c’erano anni di telefonate troppo brevi.
Pranzi rimandati.
Natali passati di corsa.
«Zio…»
Vittorio fece un piccolo gesto.
«Non dire niente.»
Il nipote obbedì.
«Hai la tua vita.»
Pausa.
«Lo so.»
Matteo strinse le mani.
«Ma potevo esserci di più.»
Vittorio guardò Nerone.
«Tutti possiamo esserci di più.»
La frase rimase nella stanza.
Semplice.
Senza accusa.
Ed era forse proprio per quello che faceva più male.
A una certa età ci si accorge che le grandi ferite non nascono sempre dalla cattiveria.
A volte nascono dai rinvii.
«Ti chiamo domani.»
«Passo domenica.»
«Quando ho meno lavoro.»
«Quando i bambini sono liberi.»
«Quando finisce questo periodo.»
E intanto i mesi diventano anni.
I capelli diventano bianchi.
Le scale sembrano più lunghe.
La casa diventa silenziosa.
Una sera si guarda la sedia di chi non c’è più e si scopre che nessuno è passato da una settimana.
Vittorio non aveva mai rimproverato nessuno.
Quella generazione spesso funzionava così.
Aveva imparato a stringere i denti.
A non chiedere.
A dire «sto bene» anche quando significava «mi sento solo».
Nerone, invece, non conosceva orgoglio.
Quando gli mancava qualcuno, aspettava davanti alla porta.
E forse proprio per questo era riuscito a dire, senza parlare, ciò che Vittorio non aveva mai detto.
Restate.
Ogni tanto, restate.
Passò un’ora.
La donna della struttura entrò più volte.
Controllò Vittorio.
Poi il cane.
«Può restare ancora.»
Anna capì dal suo tono che quel “ancora” significava qualcosa.
Prese una sedia e si mise vicino alla parete.
Matteo rimase dall’altro lato del letto.
Nerone non si mosse.
Ogni tanto le zampe posteriori gli tremavano per la fatica.
Anna provò a farlo scendere.
Lui resistette.
«Testardo.»
Vittorio aprì appena gli occhi.
«Te l’ho detto.»
Alla fine sistemarono una sedia larga accanto al letto e una coperta sopra.
Nerone riuscì a stare più vicino senza reggersi sulle zampe.
Il muso sotto la mano di Vittorio.
Esattamente dove voleva essere.
Poco dopo mezzanotte, Vittorio sussurrò:
«Nero.»
Il cane aprì gli occhi.
«Non andare via.»
La coda batté una volta contro la coperta.
«Resta col tuo vecchio.»
Anna si portò una mano davanti alla bocca.
Nerone premette il muso contro il palmo di Vittorio.
E rimase.
Una volta, molti anni prima, Clara aveva raccontato ad Anna che Vittorio dormiva malissimo quando lei era ricoverata.
«Fa il duro», aveva detto. «Ma ha paura di restare solo.»
Adesso Anna pensò che forse tutte le persone, alla fine, hanno la stessa paura.
Non importa quanto siano state forti.
Quanti figli abbiano cresciuto.
Quanti funerali abbiano affrontato.
Quante rate abbiano pagato.
Quante volte abbiano detto «ce la faccio da solo».
Arriva un momento in cui non vuoi una risposta.
Vuoi soltanto sentire che qualcuno è ancora lì.
Alle tre del mattino Vittorio dormiva.
Anche Nerone aveva chiuso gli occhi.
La sua testa era appoggiata al bordo del materasso.
La mano di Vittorio gli sfiorava ancora il pelo.
Anna guardò Matteo.
«Vai a prendere un caffè.»
«Non voglio lasciarlo.»
«Ci sono io.»
Lui esitò.
«Vai.»
Quando tornarono, quasi un’ora dopo, Vittorio era ancora lì.
Aprì gli occhi una volta.
Vide il cane.
Sorrise appena.
Poi tornò a dormire.
All’alba la luce cominciò a filtrare attraverso le tende.
Nerone sollevò la testa.
Annusò la mano.
La leccò piano.
Vittorio fece un piccolo movimento con le dita.
Un’ultima carezza.
Nessuno disse nulla.
Non serviva.
Quella mattina Vittorio morì con Nerone accanto.
Senza sirene.
Senza corridoi affollati.
Senza una porta chiusa tra loro.
La mano che per dodici anni aveva riempito la ciotola del cane rimase sul suo pelo fino alla fine.
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