Il vecchio cane aspettò per quattordici giorni, poi una notte riconobbe l’odore che non aveva mai dimenticato

Nerone non abbaiò.

Non si agitò.

Restò immobile.

Come se avesse capito.

Come se, dopo quattordici giorni di attesa, sapesse finalmente che questa volta il suo vecchio non era semplicemente uscito senza di lui.

Anna lo abbracciò.

Il cane appoggiò la testa contro il suo petto.

«Mi dispiace, Nero.»

Matteo pianse senza vergogna.

Quando tornarono al quartiere era mattina piena.

Sergio stava alzando la serranda del negozio.

Vide l’auto.

Vide Anna.

Vide Nerone.

Non fece domande.

Si tolse il berretto e abbassò la testa.

Mirella li vide dal balcone.

Dieci minuti dopo tutto il palazzo sapeva.

Quella domenica, per la prima volta dopo anni, la porta di Vittorio rimase aperta.

Matteo aveva deciso di fare una cosa semplice.

Un pranzo.

«Lo zio odiava le cerimonie», disse.

Così portarono tavoli pieghevoli nel cortile.

Anna fece le lasagne.

Mirella preparò il polpettone.

Sergio arrivò con pane e vino.

La ragazza con le cuffie portò una torta storta fatta da lei.

Franco protestò perché secondo lui «ormai la pasta al forno non la sa più fare nessuno», e poi ne mangiò tre porzioni.

Sul tavolo misero una fotografia.

Vittorio.

Clara.

Nerone più giovane.

Tutti e tre su una panchina.

Dietro, un’estate di molti anni prima.

Nessuno raccontò grandi imprese su Vittorio.

Non ne aveva fatte.

Aveva lavorato.

Pagato il mutuo.

Amato sua moglie.

Portato a spasso un cane.

Prestato attrezzi ai vicini.

Litigato alle riunioni condominiali.

Preparato il caffè troppo forte.

Salutato tutti.

Una vita normale.

Che forse è il modo più ingiusto di definire una vita.

Perché dentro una vita normale ci sono migliaia di gesti che diventano fondamentali soltanto quando non possono più ripetersi.

Matteo rimase fino a sera.

Prima di andare, entrò nell’appartamento dello zio.

Nerone lo seguì.

Il cane fece il solito giro.

Cucina.

Camera.

Corridoio.

Poi andò davanti alla poltrona di Vittorio.

Si sdraiò.

Matteo si sedette per terra accanto a lui.

«Sai una cosa?»

Nerone lo guardò.

«Avevi capito tutto meglio di me.»

Lo accarezzò.

«Io continuavo a pensare che ci sarebbe stato tempo.»

Nerone appoggiò la testa sulla sua gamba.

Matteo rimase lì quasi un’ora.

In silenzio.

Nei giorni successivi si parlò di cosa fare con l’appartamento.

Matteo avrebbe potuto venderlo.

Ne aveva diritto.

Anna non disse nulla.

Nessuno disse nulla.

Poi arrivò una domenica.

Matteo si presentò con sua moglie e i due bambini.

Aveva una scatola di paste in mano.

«Non vendo per adesso.»

Anna sollevò le sopracciglia.

«Ah no?»

«No.»

«Come mai?»

Matteo guardò la porta di Vittorio.

«I bambini non hanno mai conosciuto davvero questo posto.»

Aprì.

Nerone entrò per primo.

«E io forse devo ricordarmi da dove vengo.»

Da allora, quasi ogni domenica, qualcuno tornò a sedersi attorno al vecchio tavolo.

Non sempre tutti.

Non come nei film.

A volte Matteo aveva un impegno.

A volte i bambini si annoiavano.

A volte Anna litigava con Mirella su quanto cuocere le lasagne.

Franco continuava a criticare qualunque cosa gli mettessero nel piatto.

Ma la porta rimaneva aperta.

Nerone viveva con Anna.

Aveva una nuova coperta.

Una nuova ciotola.

Una nuova abitudine.

Ogni mattina però, prima di scendere per la passeggiata, si fermava davanti alla porta di Vittorio.

Solo qualche secondo.

Poi proseguiva.

Non aspettava più.

Ricordava.

La differenza la capivano tutti.

Quando passava con Anna davanti al bar, il proprietario continuava a dargli un pezzetto di biscotto.

«Questo era il tuo posto col vecchio, eh?»

Nerone muoveva la coda.

La gente del quartiere aveva cominciato a guardarsi un po’ di più.

Se Mirella non apriva le persiane entro mezzogiorno, qualcuno suonava.

Se Franco saltava due mattine al bar, Sergio gli telefonava.

Se Anna tornava carica di borse, la ragazza del primo piano le portava su almeno una.

Piccole cose.

Niente che facesse notizia.

Eppure Anna pensava spesso che la vita fosse quasi tutta lì.

Nelle piccole cose fatte prima che sia troppo tardi.

Un pomeriggio di primavera portò Nerone sulla solita panchina sotto i tigli.

Il cane camminava piano.

Molto piano.

Ormai aveva quasi tredici anni.

Anna si sedette.

Nerone si mise accanto a lei.

Per qualche minuto guardarono la piazza.

Bambini in bicicletta.

Un uomo con le buste della spesa.

Due anziani che discutevano davanti al giornalaio.

La solita vita.

Anna infilò una mano nel pelo del cane.

«Sai, Nero?»

Lui sollevò gli occhi.

«Il tuo vecchio aveva ragione.»

Il cane inclinò la testa.

«Alla fine siamo tutti testoni.»

Sorrise.

Poi guardò la panchina vuota accanto a sé.

Le tornarono in mente le ultime parole di Vittorio.

Resta col tuo vecchio.

Nerone lo aveva fatto.

Non aveva guarito nessuno.

Non aveva cambiato il destino.

Non aveva compiuto miracoli.

Aveva fatto qualcosa di molto più semplice.

Era rimasto.

E forse, pensò Anna, quello era il miracolo che ormai mancava di più.

In un mondo dove tutti correvano, rimandavano, rispondevano «poi», un vecchio cane aveva passato quattordici giorni davanti a una porta perché non riusciva ad accettare di abbandonare chi amava.

E quando finalmente l’avevano portato da lui, non aveva chiesto spiegazioni.

Non aveva avuto paura dei corridoi.

Non gli era importato che Vittorio fosse più magro, più debole, diverso.

Aveva riconosciuto il suo odore.

La sua mano.

La sua casa.

E aveva fatto ciò che aveva fatto per dodici anni.

Gli era rimasto accanto.

Fino alla fine.

Torna in alto