Sei motociclisti videro una testa emergere dal fosso: ciò che Bruno scoprì sott’acqua gli cambiò la vita

Il cane stava affogando nel fosso con le zampe legate, ma sei motociclisti scoprirono che salvarlo era soltanto l’inizio

La testa del cane continuava a sparire nell’acqua marrone del fosso. Ogni volta che riemergeva, quei due occhi cercavano le nostre moto come se avesse già capito una cosa terribile: gli sconosciuti erano la sua ultima possibilità.

Sentii Franco suonare il clacson due volte.

Non capii subito perché.

Eravamo in sei, di ritorno verso un piccolo paese dell’Appennino emiliano, dopo aver consegnato scatoloni di pasta, pannolini, latte a lunga conservazione e bottiglie d’acqua alla dispensa solidale della parrocchia.

Aveva piovuto parecchio nelle ore precedenti.

I fossi lungo la provinciale erano ancora gonfi d’acqua e terra. Le automobili passavano veloci, sollevando spruzzi sul bordo della strada.

All’inizio pensai che quella cosa vicino al tubo di cemento fosse un sacco della spazzatura.

Poi si mosse.

Alzò la testa.

Era un cane.

Mi chiamo Bruno Ferri. Avevo cinquantotto anni, spalle larghe, barba ormai più bianca che nera, capelli grigi raccolti dietro la nuca e due mani rovinate da trentacinque anni passati tra officine, traslochi e lavori che oggi molti ragazzi non vogliono più fare.

Portavo un vecchio gilet di pelle sopra la maglietta.

Quando la gente ci vedeva arrivare sulle moto, spesso cambiava marciapiede.

Non sapeva che il nostro piccolo gruppo, chiamato semplicemente “Quelli del Ponte”, passava più tempo a montare rampe per anziani, consegnare spesa alle vedove del quartiere e portare giocattoli ai bambini ricoverati che a fare quelle cose da motociclisti cattivi che si vedono nei film.

Quel pomeriggio rallentammo tutti insieme.

Il cane sollevò di nuovo il muso.

Solo la testa usciva dall’acqua.

Era una femmina di taglia media, pelo marrone e bianco, una macchia chiara in mezzo alla fronte e due orecchie piegate all’indietro.

Gli occhi erano enormi.

Provò a muoversi.

Ma sotto l’acqua il corpo non rispondeva.

La testa scese.

Risalì.

Scese ancora.

Poi ebbe uno strano sobbalzo laterale.

Franco spense la moto accanto a me.

Aveva sessant’anni, quasi centoventi chili, testa rasata e una voce così calma che perfino sua moglie diceva che sarebbe riuscito a discutere con un terremoto senza alzare il tono.

Quella volta, però, la voce gli si spezzò.

“Bruno… le zampe non si muovono.”

Guardai meglio.

E capii.

Non era incastrata nel fango.

Non era semplicemente stanca.

Le zampe erano legate.

Tutte e quattro.

Qualcuno le aveva unite con una corda.

Non poteva nuotare.

Non poteva appoggiarsi sul fondo.

Non poteva arrampicarsi sulla riva.

Poteva soltanto riuscire, per qualche secondo ancora, a tenere il naso fuori dall’acqua.

Più avanti, sullo spiazzo, c’era un vecchio furgoncino grigio con la portiera aperta.

Un uomo era fermo accanto al mezzo.

Guardava noi.

Non sembrava uno che voleva aiutare.

Sembrava uno che non avrebbe voluto essere visto.

“Matteo.”

Non dovetti aggiungere altro.

Matteo, il più giovane di noi, tirò fuori il telefono.

“Ho preso la targa.”

L’uomo salì sul furgone.

Partì.

Franco chiamò immediatamente i soccorsi.

Io non aspettai nessuno.

Lasciai cadere il cavalletto, tolsi il gilet, mi sfilai gli stivali e presi il piccolo coltello da emergenza che tenevo sempre nella borsa laterale.

La scarpata era un impasto di terra e fango.

Scivolai quasi fino in fondo.

L’acqua mi arrivò al petto.

Puzzava di foglie marce, terra, olio portato dalla strada e quella specie di odore stagnante che ti resta addosso anche dopo due docce.

Il cane mi vide.

Quegli occhi si piantarono nei miei.

Alzai una mano.

Piano.

“Tranquilla, piccola. Arrivo.”

Lei tentò di tirare su il muso.

Ma l’acqua le coprì la bocca.

Un orecchio sparì.

Poi quasi un occhio.

Feci gli ultimi passi di corsa.

Le infilai un braccio sotto il petto appena in tempo.

Il corpo tremava contro di me.

Era molto più magra di quanto sembrasse da fuori.

Tastai sotto l’acqua.

Sentii la corda.

Stretta.

Troppo stretta.

Non era un nodo fatto in fretta.

Quella fu la cosa che mi fece più male.

Qualcuno aveva avuto il tempo di stringere bene.

La cagnolina tossì contro la mia spalla.

La tenni con il muso fuori dall’acqua mentre cercavo il nodo.

Dalla strada sentivo Franco gridare che stavano arrivando i soccorsi.

Matteo descriveva il furgone al telefono.

Gli altri avevano parcheggiato le moto in modo da costringere le macchine a rallentare.

Ma nel fosso non esisteva più niente di tutto questo.

C’eravamo solo io.

Lei.

Una corda.

Un coltello.

E un altro respiro che non avevo intenzione di lasciare diventare l’ultimo.

Infilai due dita tra la corda e la zampa.

La lama toccò il primo filo.

Per mezzo secondo, la cagnolina smise di agitarsi.

Mi guardò.

Ancora oggi non so spiegare quello sguardo.

Ma giurerei che aveva capito.

La corda era più dura di quanto pensassi.

Bagnata, sporca, tirata fino quasi a entrare nella pelle.

Franco mi lanciò una fune dalla riva.

“Bruno, ce la fai?”

“No.”

Feci una pausa.

“Ma lei viene fuori con me.”

Matteo scese a metà della scarpata e si aggrappò a una radice per tenersi pronto.

Io lavoravo senza vedere.

Solo con le dita.

Trovai il primo giro.

La cagnolina tremò.

Non ringhiò.

Non tentò di mordermi.

Si irrigidì soltanto.

In quel momento capii un’altra cosa.

Aveva paura delle mani.

Le mani le avevano fatto quello.

“Io lo so che non ti fidi.”

Avvicinai la bocca al suo orecchio.

“Ma questa mano oggi è diversa.”

Tagliai.

Il primo filo cedette.

Lei ebbe un sussulto e il muso tornò sott’acqua.

La tirai contro il petto.

“Dai.”

Tossì.

“Dai, piccola.”

Tossì ancora.

Quel suono mi parve la cosa più bella che avessi mai sentito.

Tagliai il secondo filo.

Poi il terzo.

Una zampa anteriore si liberò e galleggiò molle per qualche secondo.

Poi ebbe un piccolo movimento.

Cercai il nodo delle zampe posteriori.

Era ancora più stretto.

Sentii salire una rabbia che non mi serviva a niente.

La ingoiai.

Tagliai.

Quando l’ultimo pezzo di corda mollò, le quattro zampe si separarono.

La cagnolina provò istintivamente a muoverle ma non riusciva ancora a coordinarsi.

Le avvolsi entrambe le braccia attorno al corpo.

“Adesso!”

Franco e Matteo tirarono la fune.

Io spingevo con i piedi contro il fango.

La terra cedeva.

L’erba mi rimaneva nelle mani.

La cagnolina appoggiò la testa sulla mia spalla.

Non aveva più energia neppure per avere paura.

Quando arrivammo sull’erba, Franco si inginocchiò e me la tolse dalle braccia con una delicatezza che nessuno avrebbe immaginato guardando quelle sue mani enormi.

Lei rimase stesa.

Per qualche secondo non parlò nessuno.

Poi tossì.

Respirò.

Le zampe tremavano.

Matteo tagliò gli ultimi pezzi di corda rimasti attorno alle caviglie.

Franco tolse il suo gilet e glielo infilò sotto il corpo.

Io recuperai una vecchia camicia di flanella che tenevo nella borsa della moto.

La coprimmo.

Lei aprì gli occhi.

Io ero ancora inginocchiato.

Bagnato.

Infangato.

Senza fiato.

Il cane guardò la mia mano.

Poi sollevò appena la testa.

E mi leccò le nocche.

Una volta.

Matteo si girò.

Franco si alzò dicendo qualcosa sul traffico.

Conoscevo entrambi abbastanza bene per sapere che non volevano farsi vedere con gli occhi lucidi.

Io abbassai la testa.

“Tu dovresti odiarci tutti.”

Lei mi leccò ancora.

Fu allora che la chiamai Riva.

Perché era arrivata viva fino alla riva.

E ormai avevo deciso che nessuno avrebbe più avuto il diritto di buttarla via.

I soccorritori arrivarono poco dopo.

Con loro c’era una volontaria del servizio veterinario della zona, una donna di nome Serena con i capelli scuri raccolti dietro la nuca e quel tipo di voce che non ha bisogno di diventare dolce per essere rassicurante.

Si inginocchiò a qualche metro da Riva.

Non la toccò subito.

“Ciao, bella.”

Riva tremava.

Serena mi guardò.

“L’hai tirata fuori tu?”

Annuii.

“Resta vicino alla testa. Continua a parlarle.”

“Perché?”

“Perché adesso si fida della tua voce.”

Quella frase mi rimase addosso.

La corda le aveva quasi tolto la vita.

Adesso una voce doveva diventare la cosa che la teneva ancora attaccata al mondo.

Parlai.

Le raccontai stupidaggini.

Che Franco russava così forte durante le gite che una volta aveva fatto bussare alla parete di un albergo tre camere più in là.

Che Matteo metteva troppo peperoncino sulla pasta.

Che nel nostro paese il barista sapeva già chi voleva il caffè corto e chi il macchiato.

Che avevamo appena portato la spesa a gente che non avrebbe mai saputo i nostri cognomi.

E soprattutto una cosa.

“Tu lì dentro non ci torni.”

Riva sbatté lentamente le palpebre.

La portarono in una clinica veterinaria della provincia.

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