Un collega dopo trent’anni di fabbrica.
Un vicino rimasto vedovo e improvvisamente invisibile.
Mia madre quando non riusciva più a ricordarsi i nomi.
Vecchi amici cercati soltanto quando serviva qualcosa.
Forse era per quello che quella cagnolina mi era entrata così profondamente dentro.
Nel quartiere iniziarono tutti a conoscerla.
La signora Carla del piano terra lasciava un biscotto per cani sul davanzale.
Il panettiere metteva da parte un pezzo di focaccia senza sale che, secondo lui, “non era per il cane”, ma spariva sempre quando passavamo.
Giuliano controllava la rampa ogni settimana come se fosse il ponte sullo Stretto.
Una bambina che abitava due case più avanti si sedeva sul marciapiede senza avvicinarsi, aspettando che fosse Riva a decidere.
Nessuno aveva organizzato niente.
Nessuno aveva fatto discorsi.
Il quartiere aveva semplicemente cominciato a muoversi attorno alle sue paure.
Poi arrivò il primo temporale serio.
Il rumore della pioggia aumentò sul tetto.
Riva sparì dietro il divano.
Tremava così forte che una lampada vibrava.
Mi sedetti sul pavimento.
Non cercai di trascinarla fuori.
Non dissi: “Non c’è niente da avere paura.”
Per lei c’era.
La pioggia era il fosso che si riempiva.
Era il fango.
Era la corda.
Era la sensazione di non poter scappare.
Rimasi lì fino quasi all’alba.
Alle sei Franco telefonò.
“Com’è andata?”
“Si è nascosta.”
“Tu hai dormito?”
“No.”
“Perfetto.”
“Perfetto un accidente.”
Rise.
“Stai imparando a fare il padre.”
Aveva ragione.
Salvare qualcuno non significa sempre tirarlo fuori dall’acqua.
A volte significa stare seduti per terra finché capisce che il tetto non crollerà.
Passarono i mesi.
Riva cominciò a seguirmi nel garage.
Imparò che le motociclette facevano rumore, ma non erano un pericolo.
Rubò un guanto a Franco.
Quando tutti risero, scappò.
Poi tornò con il guanto ancora in bocca.
Era la prima volta che sembrava davvero una cagnolina qualsiasi.
L’acqua, però, rimaneva una porta chiusa.
Finché arrivò il giorno della vecchia vasca per gli uccelli.
Era accanto all’orto.
Bassa.
Di pietra.
Ci cadevano dentro foglie e insetti, e gli uccelli la usavano raramente.
Una mattina trovai Riva ferma davanti.
Durante la notte aveva piovuto.
Nella vasca c’erano pochi centimetri d’acqua.
Un passero si posò sul bordo, bevve e volò via.
La superficie si mosse.
Riva si irrigidì.
Appoggiai la tazza di caffè sul muretto.
“Non devi farlo.”
Lei non arretrò.
Osservò le onde minuscole.
Poi scese dalla rampa.
Un passo.
Un altro.
Attraversò l’erba.
Io rimasi indietro.
Annusò la pietra.
Annusò l’acqua.
Si tirò indietro di colpo.
Nulla accadde.
La vasca rimase lì.
Riva si voltò verso di me.
“Ci sono.”
Tornò a guardare l’acqua.
Sollevò una zampa.
La posò sulla superficie.
Splash.
Fece un salto indietro.
Io trattenni il fiato.
Lei inclinò la testa.
Toccò ancora.
Un altro piccolo splash.
Stavolta non c’era terrore negli occhi.
C’era sorpresa.
Alla terza volta, una goccia le finì sul muso.
Scosse la testa.
Poi mosse la coda.
Una volta.
Io piansi dentro il caffè come un idiota.
Non trasformammo quel momento in una gara.
Prima venne la vasca di pietra.
Poi un vassoio da forno con mezzo centimetro d’acqua.
Poi l’erba bagnata.
Poi una passeggiata vicino a un piccolo ruscello, rimanendo lontani.
Naturalmente la notizia si diffuse.
Un pomeriggio Franco arrivò con una piscinetta di plastica.
“Per esercizio.”
Dietro aveva quattro paperelle galleggianti.
“Le paperelle servono all’esercizio?”
“Non discutere i metodi scientifici.”
Matteo portò una pallina.
Giuliano una tovaglia.
Carla preparò il caffè.
In meno di un’ora, il mio cortile sembrava il pranzo di Ferragosto.
Riva annusò la piscina.
Se ne andò.
Tutti restammo zitti.
Franco sussurrò:
“È andata bene.”
La volta dopo toccò il bordo.
La volta successiva bevve.
Poi mise dentro una zampa.
La tirò fuori subito.
Un mese dopo entrò con tutte e quattro.
L’acqua le arrivava appena alle dita.
Eravamo in sei adulti, più due vicine affacciate alla rete, immobili come statue.
Franco sussurrò:
“Nessuno si muova.”
Riva ci guardò.
Alzò una zampa.
Splash.
L’acqua colpì lo stivale di Matteo.
Lui si morse il labbro per non gridare.
Riva lo fece ancora.
La coda iniziò a muoversi.
Il verso che mi uscì dalla gola non aveva niente di dignitoso.
Non mi interessa.
Avevo passato metà della vita a pensare che essere uomini significasse non farsi vedere mentre qualcosa ti spezzava il cuore.
Riva mi aveva insegnato il contrario.
Essere forti significava avere il coraggio di non vergognarsi quando il cuore funzionava ancora.
L’acqua non divenne mai la sua passione.
Non si mise a tuffarsi nei laghi.
Non correva verso il mare.
Non doveva.
La vittoria era un’altra.
Poteva scegliere.
Entrare.
Uscire.
Avvicinarsi.
Allontanarsi.
Bere.
Fermarsi.
Quando pioveva piano, cominciò persino a sedersi sotto la tettoia e guardare il giardino.
Le notti di temporale erano ancora difficili.
Ma non si infilava più dietro il divano.
Veniva a cercarmi.
Sul vecchio caso ricevetti poche comunicazioni.
Ci furono accertamenti, testimonianze e conseguenze stabilite dalle autorità competenti.
Mi bastava sapere che non era stato dimenticato.
Ma non aspettavo un foglio per sentire che qualcosa era stato rimesso a posto.
Un anno dopo tornammo nei pressi della provinciale.
Non al fosso.
Non volevo trascinarla davanti al luogo peggiore della sua vita per soddisfare la mia idea di guarigione.
Ci fermammo in un prato più in alto.
Riva sentì le auto.
Guardò verso la strada.
Io le toccai appena la spalla.
“Non sei più lì.”
Rimase ferma.
Poi si voltò.
Scelse di guardare dall’altra parte.
Quella, per me, fu la sua sentenza definitiva.
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