Oggi Riva avrà cinque o sei anni.
Il pelo è lucido.
Le cicatrici attorno alle zampe quasi non si vedono più.
Bisogna sapere dove guardare.
Io lo so.
Ogni tanto le vedo.
Non per ricordare chi le ha fatto del male.
Per ricordare quanto tempo ci è voluto per rispondere a quel male con qualcosa di diverso.
Adesso quando piove piano si sdraia sotto il portico.
Appoggia il muso sulle zampe.
Guarda il giardino diventare scuro.
La prima volta telefonai a Franco.
“Sta guardando la pioggia.”
Lui rimase zitto.
Poi disse:
“Dille che sono orgoglioso di lei.”
Lo feci.
Riva starnutì.
Decidemmo che valeva come risposta.
La piscinetta torna fuori ogni estate.
È graffiata.
Un po’ scolorita.
Ridicola.
Riva entra quando vuole.
A volte bagna una zampa.
A volte tutte e quattro.
A volte beve soltanto.
A volte non si avvicina.
Ogni scelta va bene.
Perché libertà non significa comportarsi come noi vorremmo per avere un finale perfetto.
Libertà significa poter dire sì.
E poter dire no senza paura.
La storia di Riva cambiò anche noi.
Cominciammo a tenere sulle moto asciugamani, ciotole pieghevoli, guinzagli morbidi, guanti e numeri dei veterinari della zona.
Serena venne una sera nel nostro piccolo circolo a spiegarci come avvicinare animali spaventati.
Franco ascoltò con le braccia incrociate.
A un certo punto si tolse gli occhiali.
Disse che aveva polvere negli occhi.
Eravamo al chiuso.
Nessuno commentò.
Creammo anche una piccola cassa comune per aiutare chi trovava animali feriti e non riusciva a sostenere subito le spese veterinarie.
Niente grandi nomi.
Niente targhe.
Niente fotografie con gli assegni in mano.
Il barista teneva un barattolo sotto il bancone.
Carla vendeva marmellate durante la festa del paese.
Giuliano riparava biciclette e lasciava qualche euro.
Noi organizzavamo un giro in moto una volta all’anno.
Il primo animale aiutato fu un vecchio cane trovato in un canale.
Poi una cucciola recuperata dopo un temporale.
Poi un gatto con una zampa ferita trovato vicino ai cassonetti.
Non diventammo santi.
Franco continuava a parcheggiare male.
Matteo continuava a mettere troppo peperoncino.
Carla litigava con tutti per la raccolta differenziata.
Giuliano sosteneva che dopo il 1985 nessuno sapesse più costruire una sedia come si deve.
Io continuavo ad accumulare ferraglia nel garage.
Eravamo sempre noi.
Solo che avevamo imparato a guardarci un po’ meglio.
Qualche volta la gente mi domanda perché io abbia tenuto Riva.
Avrei potuto salvarla.
Portarla in clinica.
Lasciare che qualcuno trovasse una famiglia.
Io rispondo sempre allo stesso modo.
Mi ha leccato la mano.
Tutto qui.
Una creatura che aveva conosciuto il lato peggiore delle mani umane aveva trovato ancora qualcosa dentro di sé per fidarsi della prima mano che le aveva tagliato la corda.
Mi affidò un respiro.
Io non potevo comportarmi come se non significasse niente.
Qualche mese fa facemmo il nostro giro solidale annuale.
Decine di moto attraversarono strade di campagna, fra campi di mais, vecchie case coloniche, campanili e bar dove i pensionati si voltavano tutti insieme quando sentivano passare i motori.
Riva rimase a casa con Carla.
Le moto troppo vicine non le piacciono.
E questo si rispetta.
Quando tornammo, trovammo la piscinetta in cortile.
C’erano alcuni vicini.
Qualche bambino con i genitori.
Riva rimase accanto alla mia gamba.
Poi vide l’acqua.
Fece un passo.
Un altro.
Entrò con le zampe anteriori.
Una bambina si portò entrambe le mani alla bocca.
Nessuno applaudì.
Ormai avevamo imparato.
Riva guardò l’acqua attorno alle zampe.
Pulita.
Trasparente.
Innocua.
Sollevò una zampa.
Splash.
La bambina sorrise.
Io guardai da un’altra parte.
Franco si tolse gli occhiali.
Di nuovo la famosa polvere.
Riva fece un secondo splash.
Poi uscì.
Mi si appoggiò alla gamba.
Aveva scelto lei.
E quello era tutto.
Quando ripenso al fosso, oggi non vedo più soltanto quella testa che scompariva nell’acqua.
Vedo quello che venne dopo.
La flanella sull’erba.
Il gilet di Franco sotto il suo corpo.
Matteo che tagliava gli ultimi pezzi di corda.
Serena che mi diceva di continuare a parlare.
Il veterinario che mi spiegava che il corpo sarebbe guarito prima della paura.
Giuliano inginocchiato sulla rampa con la carta vetrata.
Carla che lasciava un biscotto sul davanzale.
Una ciotola troppo grande sostituita con un piattino.
Una notte passata sul pavimento.
Una zampa dentro una vasca di pietra.
Uno splash in una piscinetta azzurra.
Fu facile pensare che io avessi salvato Riva quando tagliai quella corda.
Non era vero.
Quello fu soltanto l’inizio.
Il salvataggio vero richiese mesi.
Avvenne nelle piccole cose.
Nelle mani lasciate ferme.
Nelle porte aperte.
Nelle paure rispettate.
Nella stessa frase ripetuta cento volte.
“Ci sono.”
Qualcuno aveva provato a trasformare l’acqua nell’ultima cosa che Riva avrebbe visto.
Noi, piano piano, l’abbiamo trasformata in qualcos’altro.
Non cancellando il passato.
Non facendo finta che non fosse accaduto.
Ma mettendo accanto a quel ricordo nuovi ricordi.
Un cortile.
Una vasca.
Un temporale guardato da sotto il portico.
Le gambe libere.
La possibilità di andarsene.
La possibilità di restare.
Ora, nelle sere d’estate, io annaffio i pomodori mentre Riva sta sdraiata vicino ai gradini.
Guarda ancora il tubo con un certo sospetto.
Ogni tanto qualche goccia arriva fino alle sue zampe.
Lei abbassa gli occhi.
Poi guarda me.
Io le dico sempre:
“Può essere anche una cosa bella, sai?”
La coda si muove una volta.
Non perché abbia dimenticato il fosso.
Ma perché finalmente sa di non essere più lì.





