Sei motociclisti videro una testa emergere dal fosso: ciò che Bruno scoprì sott’acqua gli cambiò la vita

Io salii sul mezzo insieme a lei.

Non chiesi neppure se potevo.

Serena indicò il sedile.

“Va bene. Ma siediti sull’asciugamano, che sei un disastro.”

Fu il primo momento in cui qualcuno sorrise.

In clinica scoprirono che non aveva ossa rotte.

Aveva abrasioni alle zampe, muscoli affaticati, molta acqua sporca ingerita e soprattutto una paura che non si vedeva nelle radiografie.

Il veterinario, un uomo sui cinquant’anni che tutti chiamavano dottor Renato, mi disse:

“Fisicamente è stata fortunata.”

Guardai Riva avvolta negli asciugamani.

“No.”

Lui sollevò gli occhi.

“È stata trovata. Non è proprio la stessa cosa.”

Il dottore rimase in silenzio.

Poi annuì.

Nel frattempo le forze dell’ordine avevano rintracciato il furgone.

Io non volli conoscere troppi dettagli.

C’erano la foto della targa, gli orari, la corda trovata nel mezzo e testimonianze raccolte nella zona.

Sarebbero stati gli uffici competenti a occuparsene.

Non volevo trasformare Riva in una storia di vendetta.

Lei non aveva bisogno della mia rabbia.

Aveva bisogno di una coperta.

Così rimasi lì.

Riva passò dodici giorni in clinica.

Il corpo guariva.

La paura no.

Le ferite alle zampe si chiusero.

Cominciò a mangiare.

Il respiro tornò regolare.

Dopo qualche giorno riuscì ad alzarsi.

Ma bastava che qualcuno allungasse troppo velocemente una mano perché si schiacciasse contro il pavimento.

Quando vedeva un guinzaglio, girava la testa.

Se qualcuno le sfiorava le zampe, tremava.

Fu lì che iniziammo il vero salvataggio.

Una mano alla volta.

La mano del veterinario portava medicine e si fermava quando lei si tirava indietro.

La mano di Serena portava cibo.

La mano di Matteo teneva un pezzetto di pollo sul palmo e poi si ritirava.

Franco mise quella sua manona tatuata piatta sul pavimento e rimase fermo per un quarto d’ora.

Riva alla fine si avvicinò.

Annusò un dito.

Franco non disse niente per cinque minuti.

Io invece imparai la cosa più difficile.

Non toccarla.

Avrei voluto accarezzarla.

Abbracciarla.

Farle capire che non sarebbe successo mai più.

Ma quella era una necessità mia.

Non sua.

Riva aveva bisogno di scegliere.

Quindi ogni giorno mi sedevo vicino al box.

Mettevo una mano a terra.

Aspettavo.

A volte veniva ad annusarmi.

A volte no.

A volte rimaneva rannicchiata in fondo.

Io tornavo.

Mattina.

Sera.

Dopo il lavoro.

Dopo le consegne.

Ogni volta dicevo la stessa cosa.

“Riva, sono tornato.”

Il quinto giorno mosse le orecchie.

Il settimo batté una volta la coda sul cuscino.

Il decimo giorno, quando sentì la mia voce, si alzò.

Fece tre passi.

Arrivò davanti alla porta del box.

Per chi non ha mai aspettato tre passi, possono sembrare niente.

Per noi furono un miracolo.

Franco uscì dalla stanza fingendo di dover telefonare.

Matteo si mise a guardare il soffitto.

Il dottor Renato sorrise e disse soltanto:

“Ecco.”

Qualche giorno dopo mi permisero di portarla nel piccolo giardino dietro la clinica.

C’era dell’erba asciutta.

Una panchina.

Una ciotola d’acqua.

Riva vide la ciotola.

Si bloccò.

Era acqua pulita.

Poca.

Immobile.

Sicura.

Ma lei non vedeva quella ciotola.

Vedeva il fosso.

Fece un salto all’indietro.

Il guinzaglio si tese.

Io lo mollai immediatamente e mi misi tra lei e l’acqua.

“Non devi farlo.”

Il veterinario ci osservava dalla porta.

“Potrebbe avere paura dell’acqua ancora per molto.”

“Quanto?”

“Non si può sapere.”

“E se non la superasse mai?”

Lui scrollò le spalle.

“Allora non la supererà.”

Guardai Riva.

“Va bene così.”

Perché a cinquantotto anni una cosa l’avevo finalmente capita.

Voler bene a qualcuno non significa trasformarlo nella versione che ti fa sentire bravo.

Significa rispettare anche le paure che non capisci.

Dodici giorni dopo arrivarono i documenti per l’affido.

Serena li appoggiò davanti a me.

“Per ora formalmente è un affido con successivo passaggio definitivo.”

Riva era seduta accanto alla scrivania.

Guardò me.

Io guardai lei.

Franco era appoggiato al muro.

“Firma, Bruno.”

“Sto leggendo.”

“Non stai leggendo niente. Sono dieci minuti che guardi lo stesso rigo.”

Firmai.

Da quel giorno Riva venne a vivere con me.

Casa mia era una vecchia villetta alla periferia del paese, con ghiaia davanti, una tettoia, un pezzo d’orto che produceva soprattutto zucchine troppo grandi e un garage pieno di attrezzi che conservavo dicendo: “Prima o poi serviranno.”

La sera prima del suo arrivo comparvero tutti.

Franco sistemò il cancello.

Matteo tolse fili e oggetti pericolosi dal garage.

Un pensionato del gruppo, Giuliano, costruì una piccola rampa per evitare che Riva dovesse affrontare subito i gradini.

Aveva settantadue anni e un ginocchio nuovo.

Passò tre ore a levigare il legno.

Gli dissi che bastava.

Mi rispose:

“Se prende una scheggia, poi cosa le raccontiamo?”

Quello era il nostro quartiere.

Persone che litigavano per dove mettere le macchine.

Persone che si spiavano dalle finestre.

Persone che sapevano tutto di tutti.

Ma se qualcuno aveva bisogno, compariva sempre una sedia, una pentola, una busta della spesa o un uomo di settantadue anni disposto a levigare una rampa due volte.

Quando Riva arrivò, fece due passi sulla ghiaia.

Poi si fermò.

Mi cercò.

Mi abbassai.

Lei venne verso di me e appoggiò la fronte contro il mio petto.

Non era proprio un abbraccio.

Era una verifica.

“Ci sono.”

Entrare in casa fu difficile.

Ogni stanza era sconosciuta.

Il bagno era impossibile.

Il rumore dell’acqua nel lavandino la faceva scappare.

Rifiutava le ciotole profonde e beveva soltanto da un piattino basso.

Quando pioveva forte, si nascondeva.

Così rendemmo il mondo più piccolo.

Cuccia in soggiorno.

Piattino d’acqua sempre nello stesso posto.

Pasti alla stessa ora.

Niente bagno.

Niente tubo per annaffiare vicino a lei.

Niente passeggiate lungo il torrente.

Niente coraggio obbligatorio.

Di notte dormiva accanto al mio letto.

Le prime settimane si svegliava continuamente.

Ansava.

Le zampe si muovevano nel sonno.

Io lasciavo scendere la mano.

Non la toccavo finché non era lei ad appoggiarci il naso.

Poi dicevo:

“Non sei nel fosso.”

Aspettavo.

“Le zampe sono libere.”

Aspettavo ancora.

“Qui non si butta via nessuno.”

Qualche volta pronunciavo quelle frasi per lei.

Qualche volta per me.

Perché a quell’età avevo già visto parecchie persone essere buttate via in modi diversi.

Clicca il pulsante qui sotto per leggere la prossima parte della storia.

Torna in alto