Sono andato al rifugio per adottare un solo gatto, ma suo fratello ha fatto qualcosa che non dimenticherò mai

Solo allora Lillo iniziò a mangiare.

Risi da solo.

Prima lezione.

Non avevo adottato due gatti che vivevano insieme.

Avevo adottato un sistema.

Bruno entrava per primo in ogni stanza.

Lillo aspettava sulla soglia.

Se aprivo un armadio, Bruno controllava.

Lillo osservava dietro di lui.

Se fuori sbatteva uno sportello, Lillo scattava.

Bruno guardava verso la finestra come se avesse intenzione di parlare personalmente con il responsabile.

Di notte dormivano attaccati.

Di giorno mantenevano sempre una distanza che permettesse loro di vedersi.

Era una cosa piccola.

Eppure guardandoli capii quanto noi esseri umani siamo diventati bravi a fingere di non aver bisogno di nessuno.

Loro no.

Non si vergognavano.

La parte difficile arrivò presto.

Due ciotole significavano più cibo.

Due gatti significavano più sabbia.

Controlli veterinari.

Antiparassitari.

Giochini che compravo dicendomi «questo basta», per poi scoprire che preferivano una pallina di carta.

Il conto cresceva.

Lo stipendio no.

La solitudine è costosa in modi che non compaiono sugli scontrini.

L’affetto, invece, costa in modo molto visibile.

C’è il sacco di crocchette.

C’è la visita.

C’è il trasportino.

C’è sempre qualcuno pronto a indicarti il prezzo.

Nadia mi telefonò dopo una settimana.

«Allora? Il gatto?»

«I gatti.»

Silenzio.

«Paolo.»

«Lo so.»

«Io avevo detto un gatto.»

«Anche io.»

Le raccontai cosa era successo.

Alla fine mi chiese:

«Ma economicamente ce la fai?»

Era una domanda legittima.

Eppure mi diede fastidio.

Perché nessuno mi aveva chiesto se potevo permettermi le bottiglie di vino comprate nei primi mesi dopo il divorzio.

Nessuno si preoccupava quando ordinavo cibo che non volevo cucinare.

Nessuno mi interrogava sui soldi spesi per riempire serate che non sapevo attraversare.

Ma due animali abbandonati che avevano soltanto l’uno l’altro trasformavano improvvisamente tutti in commercialisti.

«Ce la faccio.»

«Non volevo offenderti.»

«Lo so.»

E lo sapevo davvero.

Il problema non era Nadia.

Era quella voce dentro di me.

Sii ragionevole.

Taglia.

Riduci.

Non complicarti la vita.

Quella voce sapeva sempre sembrare adulta.

Dopo dieci giorni chiamò Carla.

«Come stanno i ragazzi?»

La parola ragazzi mi fece sorridere.

Nessuno chiamava più qualcosa in casa mia “i ragazzi”.

«Bene. Sono praticamente incollati.»

Carla rimase in silenzio.

Poi disse:

«Sono contenta che li abbia presi insieme.»

«C’era il rischio che li separaste?»

Una pausa.

«Avevamo ricevuto richieste per Bruno.»

«E Lillo?»

«Lillo spaventava le persone.»

Guardai verso il divano.

Lillo dormiva con una zampa appoggiata sulla coda di Bruno.

«Una signora aveva chiesto se poteva prendere solo Bruno. Diceva che tanto i gatti si abituano.»

Sentii qualcosa indurirsi nello stomaco.

Carla continuò.

«Durante una pulizia li abbiamo separati per qualche ora. Lillo si è fatto male al naso cercando di raggiungere la gabbia di Bruno. Bruno quel pomeriggio non ha mangiato.»

Chiusi gli occhi.

«Perché qualcuno avrebbe dovuto separarli?»

Carla sospirò.

«Perché uno è più semplice.»

Quella frase mi accompagnò per giorni.

Uno è più semplice.

Una ciotola.

Una spesa.

Un problema.

Un dolore alla volta.

Certo che è più semplice.

È più semplice anche evitare una conversazione difficile.

È più semplice smettere di telefonare a un amico che sta male perché ripete sempre le stesse cose.

È più semplice dire di un genitore anziano: “È diventato complicato.”

Più semplice non significa sempre migliore.

Lo scoprii davvero quando al lavoro mi ridussero le ore.

Non molto.

Abbastanza.

Quattro ore una settimana.

Sei quella dopo.

Il responsabile spiegò che il periodo era difficile.

Numeri.

Costi.

Tutti capivamo.

Sul parcheggio rimasi in macchina senza accendere l’aria.

Feci i conti.

Affitto.

Luce.

Gas.

Spesa.

Benzina.

Cibo per i gatti.

Sabbia.

Visita veterinaria.

Mi sentii stupido.

Quella sera tornai a casa e mi sedetti per terra senza nemmeno togliermi le scarpe.

Lillo mi annusò i pantaloni.

Bruno mi osservò dal divano.

«Forse ho fatto una stupidaggine.»

Bruno socchiuse gli occhi.

Lillo mi salì sulle ginocchia.

La settimana successiva li portai dal veterinario.

Bruno aveva bisogno di una pulizia dentale e probabilmente dell’estrazione di un dente.

Lillo fisicamente stava bene, ma era evidente quanto fosse ansioso.

La veterinaria mi chiese se avesse vissuto cambiamenti importanti.

«Ha perso una casa, è finito in un rifugio e ha quasi perso suo fratello.»

Lei annuì.

«Allora direi che ha avuto abbastanza cambiamenti.»

Mi spiegò che per alcuni animali il compagno diventa un punto di sicurezza.

«Se rimangono insieme, può aiutarlo molto.»

Se rimangono insieme.

Poi arrivò il preventivo.

Tornai a casa e lo appoggiai sul tavolo.

Lo lessi tre volte.

Bruno saltò sulla sedia.

Lillo rimase sotto.

Presi carta e penna.

Urgente.

Può aspettare.

Necessario.

Rinviabile.

Ridurre una vita a colonne è una sensazione terribile.

Soprattutto quando quella vita fa le fusa accanto al tuo gomito.

Bruno si sdraiò sopra il preventivo.

Mise una zampa proprio sull’importo finale.

«Molto spiritoso.»

Due giorni dopo telefonò Teresa.

Le raccontai tutto.

Lei era sempre stata la persona pratica della famiglia.

Se avevi un problema, Teresa non ti abbracciava.

Ti portava una casseruola di lasagne, controllava la pressione delle gomme e ti chiedeva quando scadeva l’assicurazione.

«Potresti riportarne indietro uno.»

Lo disse piano.

Senza cattiveria.

«Non perché non li ami. Proprio perché li ami. A volte bisogna capire cosa possiamo permetterci di portare sulle spalle.»

Guardai il soggiorno.

Bruno si stava lavando una zampa.

Lillo dormiva contro il suo fianco.

«Capisco.»

«Però?»

Inspirai.

«Però credo che diciamo questa frase troppo facilmente.»

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