Il vecchio cane aspettò per quattordici giorni, poi una notte riconobbe l’odore che non aveva mai dimenticato

Per quattordici giorni il vecchio cane aspettò davanti a una porta non sua. Poi, una notte, riconobbe l’odore che credeva perduto per sempre

Nerone non voleva entrare.

Anna tirò piano il guinzaglio, senza forza, quasi chiedendogli scusa.

«Dai, vecchio mio. Solo per stanotte.»

Il cane non si mosse.

Dodici anni, pelo nero ormai spruzzato di bianco sul muso, zampe rigide e due occhi marroni che sembravano capire molto più di quanto un cane avrebbe dovuto capire.

Restava seduto sul pianerottolo, davanti alla porta chiusa dell’appartamento accanto.

La porta di Vittorio.

La sua porta.

Anna sospirò e si sedette sul gradino.

Aveva sessantadue anni, le ginocchia che protestavano quando faceva le scale e quella vecchia vestaglia blu che usava da almeno quindici inverni.

«Lo so che vuoi aspettarlo.»

Nerone sollevò appena un orecchio.

«Ma Vittorio stanotte non torna.»

Il cane guardò la porta.

Anna avrebbe voluto spiegargli tutto.

Che Vittorio Bianchi, settantotto anni, pensionato delle ferrovie, era stato portato via due settimane prima da un’ambulanza.

Che quella mattina aveva avuto un malore in cucina.

Che era caduto accanto al tavolo dove faceva colazione ogni giorno, con la tazzina ancora piena e il giornale aperto alla pagina delle parole crociate.

Che erano stati proprio i guaiti di Nerone, sentiti attraverso il muro, a convincere Anna a bussare.

Prima piano.

Poi forte.

Poi con entrambe le mani.

E quando nessuno aveva risposto, aveva chiamato aiuto.

Ma come lo spieghi a un cane?

Come gli racconti che l’uomo attorno al quale ha costruito dodici anni di vita è uscito su una barella, tra sirene e luci che lampeggiavano sul soffitto del corridoio?

Nerone aveva visto tutto.

Aveva abbaiato.

Aveva cercato di seguire i soccorritori giù per le scale.

Aveva perfino infilato una zampa tra le porte dell’ascensore prima che Anna riuscisse a trattenerlo.

Poi l’ambulanza era partita.

E Vittorio non era più tornato.

Da allora il cane aspettava.

Ogni giorno.

Ogni ora.

Come se la pazienza potesse riportare indietro qualcuno.

Il loro quartiere non aveva niente di speciale.

Una fila di palazzi anni Sessanta alla periferia di Bologna, con balconi stretti, tende scolorite dal sole e cortili dove d’estate le finestre aperte trasformavano la vita privata in una specie di radio condominiale.

Si sapeva chi litigava.

Chi cucinava il ragù.

Chi aveva il nipote che non trovava lavoro.

Chi aveva smesso di ricevere visite.

E Vittorio apparteneva a quest’ultima categoria.

Una volta non era stato così.

Quando c’era sua moglie Clara, la loro casa era sempre piena.

La domenica mattina arrivava l’odore del sugo fino alle scale.

Clara preparava le tagliatelle sulla spianatoia di legno e Vittorio protestava perché, a suo dire, lei metteva troppo sale.

«Tu mangi tutto e poi ti lamenti.»

«Mi lamento per tradizione.»

Ridevano.

Anna li sentiva attraverso il muro e scuoteva la testa.

Poi Clara era morta.

Sette anni prima.

Un inverno.

In pochi mesi.

Una di quelle malattie che entrano in casa senza bussare e cambiano il significato di ogni oggetto.

La tazza preferita.

La sedia vuota.

Il cappotto rimasto appeso.

Il lato del letto che nessuno occupa più.

Dopo il funerale, Vittorio aveva cominciato a parlare meno.

Ma c’era Nerone.

All’epoca aveva cinque anni, il petto largo e l’energia di un trattore.

Era stato Clara a volerlo.

«Quando saremo vecchi ci costringerà a camminare.»

Vittorio aveva borbottato per settimane.

Poi, come succede spesso agli uomini della sua generazione, quello che diceva di non volere era diventato ciò da cui non riusciva più a separarsi.

Dopo la morte di Clara, Nerone aveva dormito per quasi un mese sul suo lato del letto.

Vittorio non lo aveva mai cacciato.

«Siamo rimasti noi due, compare.»

Da quel momento erano diventati una famiglia di due.

La mattina scendevano al bar dell’angolo.

Vittorio prendeva un caffè corto.

Nerone riceveva un pezzetto di biscotto dalla proprietaria.

Poi attraversavano la piazzetta.

Salutavano il giornalaio.

Il fruttivendolo.

Due pensionati che giocavano a carte già alle nove.

Vittorio commentava tutto.

Le buche sul marciapiede.

I prezzi delle zucchine.

I ragazzi che camminavano fissando il telefono.

«Un giorno si scontrano tutti contro un lampione.»

Nerone lo ascoltava come se fosse la cosa più interessante del mondo.

Gli anni però avevano accorciato le passeggiate.

Prima arrivavano fino al parco lungo il fiume.

Poi solo alla piazza.

Poi al cassonetto.

Negli ultimi mesi, Vittorio si fermava spesso sulla panchina sotto i tigli.

«Dammi un minuto, Nero.»

Il cane si sedeva accanto a lui.

Non tirava.

Non aveva fretta.

Era come se avesse capito che il tempo, per il suo vecchio, funzionava diversamente.

Anna li vedeva dalla finestra.

E ogni tanto pensava che quei due si tenevano in piedi a vicenda.

Vittorio non aveva figli.

Aveva un nipote, figlio di sua sorella, che viveva fuori città.

Un bravo ragazzo, diceva sempre Vittorio.

Ma lavorava tanto.

Aveva due bambini.

Una vita piena.

Le visite erano diventate prima mensili, poi rare.

Nessuno litigava.

Nessuno aveva fatto nulla di terribile.

Era successo qualcosa di forse più comune e più triste.

La vita degli altri era andata avanti.

Quella di Vittorio era rimasta ferma.

Il quartiere, però, continuava a vederlo.

Anna gli portava qualche porzione di lasagne quando ne cucinava troppe.

Sergio, quello del negozietto sotto casa, gli teneva da parte il pane meno duro.

La signora Mirella del secondo piano gli ricordava le riunioni condominiali che lui fingeva di dimenticare.

«Non sono mica rincitrullito.»

«No, Vittorio. Sei solo sordo come una campana.»

E lui rideva.

Era una solidarietà piccola.

Quella che non finisce sui giornali.

Una busta della spesa portata su per le scale.

Una lampadina cambiata.

Una telefonata quando le tapparelle restavano abbassate troppo a lungo.

Quel genere di attenzione che una volta sembrava normale e che adesso, diceva Anna, «pare quasi una cosa rivoluzionaria».

Quando Vittorio venne portato via, fu naturale che Nerone finisse da lei.

«Solo qualche giorno», aveva detto il nipote al telefono.

Anna non aveva fatto domande.

Preparò una coperta vicino al termosifone.

Due ciotole.

Un vecchio cuscino.

Ma Nerone non voleva niente.

La prima sera mangiò appena.

La seconda anche meno.

La terza lasciò tutto nella ciotola.

Passava ore davanti alla porta di Anna, perché da lì poteva guardare quella di Vittorio.

Ogni rumore sulle scale lo faceva alzare.

Passi.

Chiavi.

L’ascensore.

La voce di un uomo.

Persino il tintinnio del collare di un altro cane.

Nerone sollevava la testa.

Aspettava.

Poi capiva.

E si sdraiava di nuovo.

Anna cominciò a preoccuparsi.

«Così ti ammali pure tu.»

Gli portava un po’ di pollo lesso.

Lo mescolava alle crocchette.

Gli parlava mentre lavava i piatti.

Gli raccontava cose senza importanza.

Che sua figlia le aveva telefonato.

Che il nipotino aveva preso un bel voto.

Che il termosifone in camera perdeva.

Nerone la ascoltava.

Ma non era lei che voleva sentire.

Un pomeriggio arrivò il nipote di Vittorio.

Matteo.

Quarantacinque anni, giacca elegante, occhiaie profonde, cellulare sempre in mano.

Entrò nell’appartamento dello zio accompagnato da Anna.

Nerone si precipitò dietro di loro.

Annusò ogni stanza.

La cucina.

Il corridoio.

La camera.

Il bagno.

Alla fine si fermò accanto al letto.

La coperta era ancora piegata male.

Sul comodino c’erano gli occhiali di Vittorio.

Nerone infilò il muso sotto la coperta e rimase immobile.

Matteo si voltò.

Aveva gli occhi lucidi.

«Non pensavo che…»

Anna non disse niente.

«I medici dicono che la situazione è seria.»

«Quanto seria?»

Matteo guardò il pavimento.

«Molto.»

Anna si appoggiò alla porta.

«Vittorio lo sa?»

«Credo di sì.»

«E Nerone?»

Matteo sospirò.

«Cosa vuoi dire?»

«Lo sa che Nerone lo aspetta?»

«Anna, non è il momento.»

Lei lo guardò in quel modo che solo certe donne sopra i sessanta sanno fare.

Senza alzare la voce.

Senza bisogno di discutere.

«Per Vittorio potrebbe essere proprio il momento.»

Matteo si passò una mano sul viso.

«Nella struttura non fanno entrare animali normalmente.»

«Normalmente.»

«Non dipende da me.»

«Allora chiedi.»

«Anna…»

«Chiedi.»

Lui la fissò per qualche secondo.

Poi abbassò gli occhi.

«Va bene.»

Passarono altri tre giorni.

Nerone smise quasi del tutto di mangiare.

Anna dovette portargli la ciotola davanti alla porta di Vittorio.

Solo lì accettava qualche boccone.

La voce si sparse nel palazzo.

Mirella scese con un po’ di carne bollita.

«Quando mio marito era malato, il nostro cane faceva uguale.»

Sergio portò un osso grande.

«Non quello vero, eh. Quelli mi hanno detto che possono fargli male. Questo è apposta per cani.»

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